L'uomo che intagliava i ramoscelli
(Giovanni Bellisario)
Esistono luoghi antichi, impregnati di profonda magia, di un fascino che ti cattura subito e ti catapulta in una diversa dimensione. Ti ritrovi, improvvisamente , ad assaporare un differente rapporto con te stesso e con tutto quanto ti circonda, e ti accorgi, gradualmente e senza fatica, che la vita è una cosa del tutto diversa da quella che quotidianamente consuma la tua esistenza.
Inizi a provare sensazioni che ti apparivano sconosciute e scopri di non essere mai stato veramente in sintonia con il tuo corpo e la tua energia vitale. Cominci a vedere e ad ascoltare al di là dei tuoi sensi, con l’anima, perché le sensazioni diventano più forti e più nitide delle immagini e divieni, istante dopo istante, sempre più consapevole del diverso e più completo equilibrio che ti deriva dalla totale sintonia con quanto ti circonda.
E’ allora che molto di quanto ti sei lasciato alle spalle nel cammino della vita ti appare inutile e finalizzato unicamente a garantire un diverso equilibrio, determinato da fattori esterni a te, ma che non ti appartiene. Ti assale un’angoscia, il timore della sostanziale inutilità di ciò che pensavi di aver costruito e la paura di non aver abbastanza tempo per recuperare quella parte di cammino presto abbandonata, ma che era l’unica che portava a te stesso.
Uno di quei luoghi era Marano. Un luogo dimenticato dai più , anche dalle carte geografiche.
Tra i monti d’Abruzzo, appollaiato sulla cima di un alto colle ti appariva in tutta la sua forza antica.
Un castelletto feudale, intorno al quale erano sorte, nel corso dei secoli, le abitazioni dei campagnoli.
Le più recenti risalivano alla metà dell’Ottocento, eppure, fieramente, avevano resistito più di altre alle scosse tremende del terremoto della Marsica.
L’intera struttura urbana si spiegava su alcune centinaia di metri quadrati di superficie. Poche viuzze larghe non più di un metro e mezzo, con il fondo di ciottoli tra i quali crescevano ciuffi d’erba, una piazzetta grande quanto un fazzoletto, sulla quale si affacciavano il castello, un paio d’abitazioni e la chiesetta, dove, ormai sentinella silenziosa, faceva bella mostra di sé una vecchia fontanella dell’acquedotto pugliese, di quelle a forma di fascio littorio, che ancora convogliava l’acqua dalle montagne.
Tutto intorno montagne, boschi, pianori…
Marano, come soleva dire Armand, era un paese inesistente: esisteva solo per due mesi all’anno.
In realtà, alla fine degli anni sessanta, i pochi abitanti, prevalentemente contadini, non sopportando più la durezza di quella vita avevano preferito trasferirsi nei maggiori centri urbani o nella vicina capitale.
Dopo oltre quarant’anni i loro figli trascorrevano adesso una parte delle ferie estive nel paesetto, nelle vecchie dimore rimesse in sesto ed adeguate alle nuove esigenze: luce, acqua, frigoriferi, tv.
Ecco allora che la parte terminale dell’antica mulattiera, trasformata nei decenni in una strada carrozzabile ed asfaltata, diveniva un parcheggio nel quale si seguivano decine di autovetture dell’ultima generazione.
Ma all’interno del paese si poteva camminare solo a piedi. Le viuzze strette, sconnesse, interrotte da numerosi scalini, non consentivano alcun transito che non fosse quello pedonale: niente auto, né motorini, né biciclette. Solo piedi: gente che camminava, che si fermava a chiacchierare sul muretto che recintava la piazzetta, bambini che inseguivano una palla saltellante per gli scalini delle viuzze in discesa…
Anche i rapporti sociali mutavano in quei giorni: i televisori rimanevano in silenzio e la gente si ritrovava in piazzetta , o sull’aia a parlare, a scherzare. A Marano non c’erano uffici, né cinema, né bar, né negozi, né telefoni pubblici,né edicole, né pubs: solo poche case ed esseri umani.
Anche la festa del paese assumeva un valore diverso: la sera di ferragosto ballava la “fantasima” una pupazza di cartone all’interno della quale si dimenava un giovanotto a suon di musica, e sulle braccia della quale si accendevano fiaccole scintillanti mentre, dalla testa, partivano fuochi d’artificio.
Un retaggio di riti antichi, propiziatori. Erano tanti i ragazzi che partecipavano alla festa.
Già, i ragazzi… Erano i nipoti degli originari abitanti, vivevano e crescevano per la maggioranza nella capitale, con le esigenze e le abitudini della loro generazione. Eppure, in quelle settimane, non li vedevi mai incollati ai telefonini, né annoiati.
Ridevano, facevano gruppo, parlavano molto tra di loro.
Molti avevano preso un’abitudine che lasciava perplessi i più adulti, ma, se presa nella sua semplicità, ti consentiva di comprendere come, anche nell’animo dei nostri giovani, ci fosse un desiderio di cose semplici.
Poco prima di mezzanotte si spostavano in gruppo su per il sentiero che, in salita, portava al piccolo cimitero. Lì davanti c’era una spianata erbosa. Si stendevano a terra e restavano a lungo così, ad osservare il cielo.
Non si può comprendere quel “passatempo” se non si è mai osservato il cielo lontano da fonti di luce.
In quel luogo il buio era assoluto e di fronte ai tuoi occhi si allargava l’intero firmamento: miriadi di stelle, la via lattea perfettamente visibile ad occhio nudo, l’Orsa maggiore ed il piccolo carro…Non era più necessario parlare, né scambiarsi le proprie sensazioni: qualcosa di più intimo ed intenso li accomunava tutti in quei momenti indimenticabili.
A volte, dopo mezzanotte, tra gli ultimi presenti in piazzetta qualcuno lanciava l’idea di una spaghettata, ed ecco subito chi accendeva un fuoco sotto ad un portico con della legna secca e metteva a scaldare un pentolone d’acqua e chi scappava in casa propria a preparare il sugo .
Poi, con la stessa magia con la quale si era risvegliato, passato il ferragosto Marano ripiombava gradualmente nel suo sonno lungo un anno.
Se ne andavano tutti, si chiudevano le porte delle case e della chiesetta, il paese restava deserto.
Rimaneva solo Armand, l’unico , vero abitante di Marano.
Il nome poteva tradire un’origine francese, ma in realtà Armand era figlio di genitori pugliesi emigrati in Francia all’inizio degli anni cinquanta. Come spesso accade, nato il figliolo a Parigi, papà e mamma pensarono che conferisse più charme un nome francese e, anziché chiamarlo Armando come il nonno, eliminarono la “ o “ finale.
Armand viveva a Marano da cinque anni.
Si era laureato nella capitale dove, per oltre vent’anni, aveva svolto una libera professione.
Un giorno un amico l’aveva invitato a trascorrere il ferragosto a Marano ed egli aveva accettato.
Aveva viaggiato molto, visto luoghi noti e meno noti, ma quando si trovò davanti le viuzze del paesello provò una sensazione strana, che all’inizio interpretò quasi come un senso di disagio.
Un pomeriggio andò a fare una passeggiata.
Percorse il sentiero che portava al cimitero e , superatolo, si addentrò nel bosco alle pendici della montagna.
Camminava con curiosità, alla ricerca di viste che stupissero il suo sguardo.
Il paese si allontanava sempre più sotto di lui. Stanco si sedette su una roccia.
Provava una sorta di senso d’oppressione che non sapeva a che cosa imputare .
La natura, intorno, era bellissima. Il bosco copriva tutte le pendici della montagna ed il verde era d’una tonalità antica, selvaggia.
Il cielo terso, d’un azzurro profondo, si apriva sopra di lui, mentre ad est nuvole minacciose coronavano le vette più alte.
Sentiva aumentare, in sé, il senso di disagio.
Riprese a camminare per scrollarsi di dosso quella sensazione, ma dopo alcuni passi si fermò.
Ecco cos’era! Il silenzio.
Il silenzio era assoluto, totale, avvolgente,quasi drammatico. Nessun rumore, solo il pesante, opprimente “rumore” del silenzio.
Ritornò al paese deciso a porre fine alla sua vacanza montana, ma il giorno successivo, spinto da un’ irresistibile esigenza interiore, si recò nuovamente nel bosco.
Il silenzio era sempre totale, ma egli si accorse di non provare più quel senso d’inquietudine che l’aveva avvinghiato il giorno precedente.
Così, giorno dopo giorno, il silenzio divenne leggero ed Armand si rese conto che non era poi così totale. Sentiva lo stormire delle fronde, il fruscio dei cespugli smossi dagli animali, i profumi e gli odori portati dal vento, i rumori del bosco, anche in lontananza .
Una mattina vide un uomo seduto ai piedi d’un albero intento ad intagliare un rametto .
Gli si ritrovò di fronte dopo alcuni passi. L’uomo gli lanciò un’occhiata accompagnata da un mezzo sorriso e riprese indisturbato il proprio lavoro.
Armand avrebbe voluto rivolgergli la parola, ma l’attenzione dell’uomo, totalmente rivolta al suo intaglio, lo spinse a desistere.
Riprese il proprio cammino, passando sul fianco destro dell’uomo ed accorgendosi che , sull’erba, giacevano numerosi bastoncini di legno, ripuliti della corteccia e ben levigati.
“ E’ legno di ginepro “disse l’uomo
“ Ah…” fu tutto quello che seppe rispondergli Armand
“ Li faccio per le donne del paese, servono a tener su i capelli…”
Armand annuì con l’aria di chi ha finalmente compreso.
Osservò l’uomo, in maniche di camicia e con un gilet sbottonato. Aveva folti baffi grigi, come i capelli, un volto simpatico ed uno sguardo profondo.
Salutò con un cenno della mano e riprese il suo cammino,
“ Servono per i capelli delle donne del paese…” ripeté tra sé Armand. Non ricordava d’aver visto una sola donna tener raccolti i capelli con uno di quei bastoncini e, in realtà, non ricordava di aver mai visto in paese, in quei giorni, l’uomo incontrato nel bosco.
Lo descrisse al suo amico, ma anche lui, che frequentava Marano sin dalla fanciullezza, non ricordava d’averlo mai conosciuto.
Trascorsero alcuni anni ed Armand ritornò ogni estate a Marano, dove aveva affittato una casetta.
Ormai il silenzio non lo opprimeva più.
A volte si stendeva sull’erba e restava con gli occhi chiusi a “sentire “ il silenzio.
Un pomeriggio, steso ai piedi di un albero, sentì qualcosa sotto la schiena.
Si rialzò e trovò sull’erba un bastoncino di ginepro lungo una trentina di centimetri, ben scortecciato e levigato. Uno dei due estremi era appuntito, mentre l’altro era stato reso piatto e liscio.
Lungo il bastoncino erano incisi, con la punta di un coltello, un nome ed una data “ Sara 1872”.
Osservò a lungo il bastoncino e gli ritornò in mente la figura incontrata anni prima.
Si rese conto che l’albero era lo stesso.
Si guardò intorno. Il silenzio era totale.
L’anno dopo lasciò la città e la professione. Vendette quello che aveva ed acquistò l’abitazione di due stanze e bagnetto che aveva in affitto.
Si trasferì a Marano.
Non portò con sé né abiti firmati, né televisore, né telefonino.
Quando scendeva a valle, una volta alla settimana, per far provviste, acquistava alcuni quotidiani per tenersi informato: la sua non era una fuga dal mondo, ma la scelta di una vita diversa in un’altra parte del mondo.
Sono passati gli anni.
Anche oggi, in estate, Marano rivive come allora per due mesi, poi ricade nel suo letargo.
Armand è sempre lì.
Durante l’estate rivede qualche amico, poi riprende la sua esistenza solitaria.
A volte, alle figlie degli amici, regala un bastoncino intagliato nel legno di ginepro, per tener su i capelli.