Rachel

(Giovanni Bellisario)

 

Erano ormai trascorsi tanti anni dalla prima volta che avevo messo piede sul suolo d’Irlanda.

Avevo finalmente coronato un mio sogno di gioventù.

 Tutto mi aveva sempre affascinato di quell’isola: la storia, le tradizioni, la natura, la gente, la musica.

Ero tornato per restarvi, per trascorrervi tutto il tempo che ancora mi sarebbe stato concesso di vivere.

La mia era una fuga, un gesto di vigliaccheria, probabilmente, ma preferivo consolarmi, pensando che la mia stanchezza fosse ormai tale, che solo una fuga nel mondo dei miei sogni avrebbe potuto alleviarla. 

Una fuga definitiva, però, perché la mia non era la stanchezza del corpo, ma lo sfinimento dell’anima.

Ogni giorno di più, osservandomi allo specchio, rivedevo, nel mio, il volto di mio padre e, sebbene mi sentissi in buona forma, lo spegnersi graduale dei miei entusiasmi e delle mie speranze era il segno tangibile  del trascorrere degli anni.

Ad occhi estranei la mia scelta poteva apparire incomprensibile.

Potevo, infatti, sembrare un uomo che aveva tutto: il successo sociale e professionale, un  buon tenore di vita, brillantezza culturale.

Spesso però,  a chi osserva, sfugge facilmente ciò che davvero si cela dietro ad un sorriso aperto e ad una vita piena di impegni e di soddisfazioni.

Non è facile accettare il mondo quando ti rendi conto che è un ibrido da noi costruito, fatto di equilibri gestiti e di convenzioni che, con lo scorrere delle generazioni, diventano parte di noi stessi.

Accorgersi che quasi tutto ciò che conta, per far sentire un essere pienamente realizzato nella nostra società è, poi, solo un involucro, che contiene una gran quantità di nulla, è un po’ come rendersi conto amaramente di un proprio fallimento.

E, mentre la vita scorre inesorabilmente, arriva un momento in cui ti guardi indietro e trovi ben poco , alle tue spalle, di quello che sognavi.

Soprattutto non sai  più che cosa insegui, perché tutto avanza per inerzia, e cominci a temere di aver inconsapevolmente raggiunto e superato più volte, senza vederlo, ciò che veramente contava.

Poche cose, in realtà,  contano davvero e basterebbero per un’esistenza più umana.

Così poche che, se ben distribuite, si colmerebbero rapidamente millenari squilibri.

 Eppure, ciò che appare più difficile, è acquisire la piena consapevolezza dell’importanza di quelle poche cose rispetto alla sostanziale inutilità di tanto altro.

Era tutto ciò che , probabilmente, mi aveva reso stanco.

Qualcuno avrebbe potuto azzardare una diagnosi di tipica depressione,  diffusa  nell’uomo che supera la soglia dei quarant’anni: a tutto si pretende sempre e comunque di fornire una spiegazione razionale e scientifica. E’ come se non fosse concepibile nulla che possa restare  inspiegabile , accettato così per come è, mediante un’estensione analogica del concetto di fede.

Avevo qualcosa da parte e la  cessione della mia attività, insieme con la vendita della mia abitazione, mi aveva  consentito di raccogliere una certa somma, che in parte avevo utilizzato per l’acquisto di un vecchio e  tipico cottage di pietra, con il tetto di paglia, sulla costa occidentale d’Irlanda, in parte per l’acquisto di una vecchia barca a vela che avevo iniziato faticosamente a rimettere in sesto.

La mia nuova abitazione si trovava a mezzo miglio da un villaggio di pescatori affacciato su una baia.

L’oceano s’ intuiva poco più lontano, con tutta la sua affascinante immensità.

Trascorrevo le mie giornate passeggiando, godendomi il silenzio della campagna e la quiete della baia.

Avevo instaurato una serie di ottimi rapporti umani con gli abitanti del luogo, mi arricchivo delle loro esperienze.

 Mi piaceva ascoltarli.

Ammiravo la loro essenzialità e praticità che, però, lasciava largo spazio ad una ricchezza che il nostro sistema di vita aveva posto sulla via dell’estinzione: la fantasia.

Frequentavo un piccolo pub, sia perché lo trovavo accogliente e mi sentivo a mio agio, sia perché vi lavorava una giovane donna al fascino della quale non riuscivo a restare insensibile.

Rachel era la quintessenza della donna celtica.

Si tende ad immaginare le giovani irlandesi con le chiome rosse e gli occhi verdi o azzurri, e questo immaginario  corrisponde in parte alla realtà, ma nel mio caso si trattava di una giovane donna che da poco aveva superato la trentina, dalla fluente chioma nera  e dagli splendidi occhi verdi: una celta di pelo nero, come ella stessa si autodefinì  in un’occasione.

C’era simpatia tra noi, nulla di più. Sapevo che da poco si era separata dal marito e la mia, forse eccessiva, discrezione poneva in ogni caso un freno ad ogni eventuale esuberanza.

Provavo un gran senso di pace quando rimanevo a sedere su alcune rocce di fronte alla baia.

Mi perdevo nell’ammirare il cielo capriccioso, nel quale le nuvole scorrevano rapidamente spinte dai venti di nord est, e che nell’arco di una sola giornata poteva passare più volte dall’azzurro profondo al grigio uniforme, tanto da confondersi in un tutt’uno con la superficie dell’acqua.

 Perché in Irlanda il sole scherza con la pioggia, si insegue e si accavalla in un gioco continuo ed imprevedibile.

Osservavo la vela rossa che ogni pomeriggio si avventurava  sino al limite della baia, circumnavigando l’isolotto e poi facendo nuovamente rotta verso terra, ogni giorno in una sfida quotidiana con i venti.

Non avevo mai visto lo skipper che dedicava il suo tempo pomeridiano a quelle uscite, per me il soggetto era la barca, la protagonista di quella corsa era la vela rossa, impersonale eppure viva, pulsante,intrepida.

A volte la foschia s’infittiva e davanti al mio sguardo si offriva solo un’immensa tavola grigia verticale.

 Eppure attendevo, poiché  non riuscivo a rinunciare al fascino che determinava in me l’improvviso apparire della vela che stracciava la nebbia e dirigeva rapida verso terra, incurante di quella massa fumosa, poiché guardava alla meta con gli occhi dell’anima, i quali  attraversano la nebbia stessa ed il buio.

Giorno dopo giorno mi accorgevo di aver cominciato a vivere in una sorta di dimensione intermedia, nella quale mi rifugiavo allontanandomi mentalmente e spiritualmente dalla realtà dei miei comportamenti quotidiani.

Era come se mi trovassi sospeso tra il reale ed una sorta di proiezione verso l’ignoto.

Questa sensazione mi accompagnava costantemente, in quanto non riuscivo a liberarmene una volta finite le mie contemplazioni.

Spesso restavo immobile, ad ammirare quello spettacolo sino a quando il sole si abbassava sul mare.

Mi perdevo ad assaporare la bellezza possente di quel cielo striato di rosso e di nero, di quelle onde increspate di ombre rossastre.

Poi, un po’ alla volta, venivo rapito dal buio. Un buio totale, in un silenzio profondo, tanto da incutere timore.

Lo sguardo andava alle stelle, alla ricerca delle costellazioni, perfettamente delineate, sino alla piacevole sorpresa causata dall’individuazione della scia luminosa di una stella cadente.

 

Era una notte di luna piena , una luna perfetta, grande, luminosa.

Il riflesso  dell’astro sulle acque spandeva tutto intorno una luce magica.

Me ne stavo lì , seduto sull’erba, con le spalle appoggiate al tronco di un’antica quercia.  Era una sera mite e mi godevo quello spettacolo mentre  assaporavo l’ultima sigaretta del pacchetto.

Sentii alcuni passi leggeri alle mie spalle e, confesso, per un momento trasalii. Mi voltai e vidi una figura femminile diretta , nel buio, verso di me.

L’andatura mi appariva familiare e mi resi conto che si trattava di Rachel nel momento in cui me la trovai di fronte.

Si inginocchiò sull’erba, accanto a me.

“ Disturbo?” mi chiese con garbo

“ Al contrario, mi fa piacere averti qui” risposi sinceramente.

Mi sorrise e, con delicatezza , mi tolse la sigaretta di mano.

“ Uccide” mi sussurrò all’orecchio

“Ci sono cose meno piacevoli, che uccidono ugualmente” replicai

“ Ad esempio?”

“Sono tante e non uccidono solo il corpo…”

“E’ una notte stupenda” si rannicchiò vicino a me.

Sentii il suo corpo toccare il mio.

“Sì, è stupenda. Ti allontana dalla realtà”

“Vuoi fuggire dalla realtà  ?”

“Non so. A volte mi sento confuso. Altre volte, ora ad esempio, provo un senso totale di serenità”

“ Sarà la mia presenza “ azzardò sorridendo.

Accolsi di buon grado la battuta e le passai una mano sulle spalle tirandola delicatamente, ancor più, verso di me.

“Guarda!” mi indicò la scia di una stella cadente.

Restammo in silenzio, a contemplare il cielo, per quasi un’ora.

Era strano, nessuno dei due sentiva l’esigenza di parlare, eppure io mi sentivo talmente vicino a lei, non solo fisicamente  ed emotivamente , ma con un totale coinvolgimento di tutto il mio essere, ed avvertivo come anche per lei fosse la stessa cosa.

Lo avvertivo con certezza, attraverso una di quelle inspiegabili sensazioni  che ci permettono di sapere “ da sempre “ qualcosa, senza ricordare da chi, né come abbiamo appreso ciò che così certo ci appare.

Si alzò un vento fresco da nord e, per un istante, rabbrividii.

Rivolsi il mio sguardo a Rachel e mi accorsi che s’era addormentata profondamente.

 Il riflesso della luce lunare le conferiva un delicato pallore e non riuscii a vincere la tentazione di baciarla. Poggiai le mie labbra prima sui suoi capelli, poi la baciai sulla fronte. Le sfiorai  gli occhi e le guance. Infine la strinsi forte a me.

Avevo dimenticato il piacere che si prova nello stringere a sé una donna non solo per avere il piacere di un corpo caldo e sensuale tra le braccia.

Il tradimento della donna che amavo mi aveva spinto ad una sorta di acida misoginia. Avevo da tempo imposto a me stesso di affrontare i rapporti con l’altro sesso sempre ed in ogni caso conservando una sorta di diffidenza e senza lasciarmi coinvolgere totalmente.

Mi sforzavo con me stesso di conferire naturalezza a questo mio stato di difesa che, e di questo non potevo non esserne intimamente consapevole, in verità nascondeva solo la mia paura d’ innamorarmi  ancora e di soffrire di nuovo.

In quegli ultimi anni avevo sempre conservato quel teso autocontrollo, ed il provare nuovamente una diversa sensazione accanto ad una donna con la quale si era instaurata solo un’amicizia da breve tempo e della quale sapevo ben poco, da un canto mi stupiva e, dall’altro, mi spaventava.

Dentro di me, però,  mentre il muro che avevo eretto iniziava a presentare i primi segni di cedimento, sapevo già d’essere disponibile ad accettare il rischio, perché certe sensazioni non si provano senza motivo.

Il nostro essere, probabilmente, coglie prima del nostro cuore e della nostra razionalità, momenti ed aspetti che difficilmente riusciamo a spiegare.

 A volte rifuggiamo da questi, accettando di vivere solo razionalmente le nostre esperienze, altre volte ci lasciamo guidare unicamente dalla passione, raramente cerchiamo di conciliare questa con la razionalità .

Ma prima della passione e del sentimento, prima della razionalità, a volte accade che qualcosa di surreale , contemporaneamente dentro e fuori da noi, ci guidi inconsapevolmente verso mete impensabili, con la complicità delle situazioni.

Avrei voluto svegliarla, perché il vento continuava a soffiare più forte ed iniziava a far fresco, ma temevo di spezzare l’infinita magia di quel momento.

Sembrava tutto costruito su di un set: il mare, il cielo stellato, la luna. Un silenzio irreale, rotto ora solo dal lieve stormire delle fronde dell’ albero. Rachel…

Non mi sarebbe dispiaciuto addormentarmi lì, accanto a lei.

Tutto era così lontano…

II miei occhi colsero un movimento alla nostra destra.

Ebbi l’impressione che un’ombra bianca si muovesse rapidamente, verso il limitare della scogliera distante una trentina di metri dal punto in cui ci trovavamo.

Pensai ad un’illusione ottica, ma quella sensazione di movimento si ripeté.

 Strinsi gli occhi frugando con lo sguardo nel buio, verso la rocce.

Ancora un’ombra bianca, e un’altra ancora. Non poteva essere un’allucinazione.

Si muovevano rapidamente .

Ebbi la tentazione di svegliare Rachel, ma mi trattenni.

Adesso riuscivo a notare, più nitidamente, un certo movimento lungo il limitare della scogliera.

Non mi sembravano più ombre, però, ma uomini, e donne.

Stavano fermi di fronte al mare ed al cielo stellato, come se contemplassero, esattamente come me, quello spettacolo.

Il silenzio, che pure era stato sempre assoluto, ora appariva irreale.

Mi stupii di non provare un senso di paura, ma una sorta di indifferente curiosità per  quanto si stava verificando.

In fondo, mi dissi, non c’era nulla di strano se anche altre persone, quella notte, avevano deciso di godersi lo spettacolo, così come era stato per me, e Rachel.

Altri continuavano ad aggiungersi, ma, sebbene cercassi di capire da dove provenissero, non riuscivo a comprenderlo. Era come se si materializzassero dal nulla  e cominciai a pensare che erano molto più numerose di quanti fossero gli abitanti del villaggio.

Trasalii nell’istante stesso in cui mi resi conto che quegli uomini e quelle donne altro non erano se non le stesse ombre bianche,  che comparivano dal nulla e raggiungevano rapidamente la scogliera.

“Spettri!” pensai.

Li vidi prendersi per mano, tutti in un’unica, lunga fila e restare così , immobili a fissare l’incredibile bellezza di quello spettacolo.

Non so per quanto tempo rimasero così, d’altro canto il tempo stesso sembrava essersi fermato.

Sentii due labbra fredde poggiarsi sulla mia guancia.

“Brrr, s’è alzato il vento, Stavo così bene”

Il sussurro un po’ rauco di Rachel mi distolse dalla mia visione.

Mi rivolsi a lei  con l’evidente desiderio di renderla partecipe di quella mia esperienza, ma la sua mano si poggiò sulle mie labbra.
“Ssss…! Lo so, li vedo sempre…”

“Sempre?” sussurrai incredulo.

“Sono le rocce”

“Le…rocce?”

“Sì, una volta erano uomini e donne, come te e come me. Se ne stavano qui a contemplare  tutta questa bellezza. Volevano allontanarsi da tutto quello che rappresentava la realtà, ma forse tanto reale poi non è.

Gradualmente si spostavano in una diversa dimensione, sempre più lontana da quanto si svolgeva loro intorno e sempre più vicina a quanto riuscivano a contemplare non soltanto con i loro occhi.

Sempre di più, sempre di più, sino a diventare un tutt’uno con questo. Queste rocce tutto intorno, alle quali ci appoggiamo, sulle quali ci sediamo per gustarci il panorama, sono loro”.

Ripensai alla sensazione che ormai provavo da tempo: quella di vivere in una diversa dimensione e sorrisi incredulo di fronte alla paventata ipotesi di trasformarmi in un blocco di granito.

Rachel colse la mia perplessità e, sorridendo, si alzò porgendomi la mano.

Accolsi il suo invito e la seguii.

Raggiungemmo la lunga fila di persone.

Alcuni si volsero verso di noi e, spezzata la catena, ci invitarono con un cenno a divenirne un anello.

Esitai, ma Rachel mi lanciò un’occhiata tranquillizzante.

“Ma…”

“Ssss, fidati”

Tenni stretta la sinistra di Rachel, mentre la mia, a sua volta, venne stretta da un’anziana signora.

Non so quanto tempo trascorse, ma quando la luna e le stelle si spensero, lasciando il posto alla tremula luce del mattino, mi accorsi d’essere ancora là, solo con Rachel, mano nella mano.

Mi scossi, come se mi fossi risvegliato in quel momento.

Rachel mi prese sottobraccio:

”Ho fame” sussurrò con un’aria imbronciata.

 

Sono trascorsi molti mesi.

Amo Rachel .

La sensazione di vivere sospeso in un livello intermedio non si è attenuata, ma è ormai diventata parte di me.

C’è stato un tempo in cui, per gli uomini,  non appariva paradossale transitare tra diverse dimensioni.

Oggi è solo fantasia ed irrazionalità.

A volte ricordo di aver scelto questa parte d’Irlanda perché più antica, intoccata. L’avevo preferita all’Irlanda moderna, dinamica ed attiva, e mai come ora sono lieto della mia scelta.

Non capivo perché una donna giovane e bella come Rachel, ricca di qualità  e di vivacità intellettuale si accontentasse di vivere in quella landa remota, in maniera così semplice e non raramente ricca di privazioni.

Le avevo rappresentato questo mio interrogativo.

“Ho qui le mie pietre” mi aveva risposto.

Io non ho lì le mie pietre, ma ho trovato una serenità  dimenticata, ed una forza interiore sconosciuta.

Si è alzato vento fresco da nord.

Rientro a casa, Rachel mi aspetta.