FINE DI UN AMORE

(Daniele Begotti)

 

  Paola camminava verso il bagno, muovendo melodicamente i fianchi, con la pelle bianca di latte. Io la guardavo estasiato, mi sentivo in paradiso. - Mai! nessuno ti avrà mai, oltre me!-

-cosa dici Gianni!- mi diceva voltando il volto sorridente. Poi scoppiò a ridere. Non era bellissima, ma aveva un energia in tutto quello che faceva. Un energia nascosta, che non si vedeva, ma si palpava nell´aria, come una presenza, un´entità. Metteva un po´ di se stessa in tutto! Tagliando le patate, disegnando, lavandosi le mani, facendo sciarpe con la lana, e lei mi inondava di quell´energia. Non so cosa fosse, allegria? No di certo, non ti faceva semplicemente contento. Grinta? Non solo. Un misto forse di tutti e due? Nella soffitta in cui vivevo e lavoravo, lei spesso restava a dormire, come faceva con tanti altri: non aveva una casa, era una vagabonda. Ma sebbene rimanesse a casa di molti e vivesse alla giornata, Paola non era certo una prostituta. Non faceva l´amore per soldi, a volte non faceva nemmeno l´amore con i molti amici che aveva. Lei però amava tutti gli uomini, e essi erano catturati dalla sua serenità, solarità e energia. Ma ora si è spenta, quella luce si è spenta.

  Non potevo accettare che altri avessero quel corpo, che potessero carezzare quella pelle increspata dai brividi del tatto. Doveva essere mia, per sempre! Non sono pazzo, sono ossessionato, ma non sono pazzo! Ho dovuto ucciderla per salvarmi dalla follia. Non riuscivo più a dipingere, pensando a lei tra le braccia di qualcun´altro. Mi sentivo strappare il cuore, gli occhi miei mi guardavano da fuori, quando lei mi voltava le spalle per andare con quel gentiluomo moro e altezzoso. O mi rideva in faccia quando reagivo, alle sue scappatelle con il biondo turista olandese. Oppure mi rispondeva

-Tu non puoi ingabbiarmi, io non sono tua! Sono di me stessa!- adirata, mentre l´operaio che era con lei, rideva vittorioso come per dire "ora è mia!". Oh che stupido che era! Qualche giorno dopo sarebbe stato in lacrime pure lui, forse più di me! Quanti ,come me, Paola distrusse! Per colpa sua non avevo quadri da vendere, perchè non riuscivo a lavorare. Mi stava conducendo alla rovina, alla fame, e quindi alla morte! Ci pensavo mille volte, e ogni volta che ci pensavo mi venivano altri 1000 pensieri in testa che mi assillavano. Mi ossessionavano sul perchè lei mi facesse questo, perchè mai giocasse con il mio cuore, sul perchè glielo avevo donato, perchè lo prendeva e lo stracciava in mille pezzi. Mille perchè e nessuna risposta. Non so perchè l´ho fatto quella notte.

   Era venuta da me piangendo: un magazziniere, che lavorava al porto, l´aveva fraintesa e aveva cominciato a toccarla come un amico appena conosciuto non dovrebbe mai toccare una ragazza incontrata per caso. In un attimo lui le era saltato addosso , sudato e con l´alito appesantito dal barbon. Lei era scappata da me. Io l´amavo, ma appunto per questo non sopportavo che continuasse ad uccidermi, come fossi il primo venuto, così come non sopportavo che continuasse ad uccidersi. Sì l´amavo, ma evidentemente amavo più me stesso.

-Ti odio, lurida schifosa cagna del diavolo! Ti odio puttana!- urlavo con voce strozzata, piangendo. Tutto era passato così in fretta, mi vedevo dall´esterno tagliare il suo splendido corpo con il seghetto  con cui usavo segare i pezzi di legno per i modelli. Lei riprese conoscienza dalla botta che le avevo dato sulla nuca, quando, dopo averle staccato il piede, cominciai a segarle  il ginocchio, credendo fosse morta! Lei urlava e si muoveva disperatamente. Non riuscivo a segare bene e la carne veniva straziata dalla lama, causandole più dolore di quanto avrebbe provato se fosse stata ferma, così che si muoveva ancora di più. Le seghettature della lama cigolavano contro l´osso del femore, sopra al ginocchio . un cigolio che ti faceva terribilmente digrignare i denti e scorrere i brividi per la schiena. Il sangue inondava la stanza spruzzando dalle mutilazioni. Lei continuava ad urlare, faceva un pandemonio. Così mi avrebbero sicuramente scoperto. Dovetti prendere la lama, con cui spuntavo il carboncino, e ,dopo averla riscaldata con la candela che illuminava la mia soffitta, strapparle la lingua, tenendo la sua bocca aperta con un morsetto. Sentivo il rumore come di qualcosa che si crepava, erano i denti che lei rompeva nel tentare di chiudere la bocca: il ferro del morsetto li frantumava come noccioline schiacciate da uno stivale. Ormai totalmente distrutti i denti, cominciava a tentare di chiudere la bocca,  facendo forza sul morsetto con le gengive, così che la bocca le si inondava di sangue che le entrava nella gola. Mugolava penosamente, come un cane che capisce che non può scappare dalla fine, il sudore bagnava i suoi capelli corvini, che uscivano selvaggi e sparsi sopra la fronte che sovrastava le due palle bianche di perla, che guardavano a destra e a sinistra, confusi e terrorizzati. Quegli occhi, dio mio, quegli occhi!

D´impulso glieli bruciai con la cera e glieli cavai, mentre lei urlava silenziosamente ancora di più come una pazza. Il dolore le comprimeva il cervello dannatamente. Il liquido all´interno dei bulbi oculari colava come le lacrime di un dolore che si liberava solo ora. Ricominciai a sezionarla. Volevo punirla, dovevo punirla! Doveva sentire il suo corpo separato, sentire i vari arti e le varie membra separate dal suo corpo come lo erano i frammenti del mio cuore. Le mutilai le braccia, in due punti per ciascun arto: la prima sezione partiva dal gomito e finiva con la mano, la seconda partiva dall´articolazione mutilata e finiva nella spalla.

  Ecco l´opera era quasi finita, la mia più grande opera d´arte. Un corpo di carne che parlasse sinceramente di cosa fosse il dolore. Le sue atroci torture non erano le finzioni dei quadri: era un dolore sincero! Un dolore di una sensualità sfrenata. Il modellarle il corpo mi aveva suscitato un che di eccitazione: più lei urlava, più mi spingeva a continuare. Mi tornavano alla mente, chissà perchè, i miei genitori. Erano piccoli flash di una memoria dimenticata. Non so che età avessi all´epoca di quei fatti, comunque ero molto piccolo. La mia famiglia era una ricca famiglia borghese, una famiglia che odiavo. Odiavo soprattutto mio padre, non conosco il motivo del mio disgusto per lui, forse è legato a quelle antiche memorie che stavano affiorando in quel momento di passione carnale. Nella memoria riaffiorava l´enorme villa in cui abitavamo, almeno era enorme agli occhi del bambino che ero io. Ero appena tornato da una passeggiata con la balia al parco. Appena aperta la porta di casa corsi dal mio babbo, non ricordo per dirgli o mostrargli che cosa. Ricordo, marcatamente a sprazzi dispersi, che mi avvicinai alla camera da letto andando verso lo studio, sentivo dei versi provenire da quella parte. Aprii la porta e vidi mio padre, sdraiato sopra mia madre che urlava come una cagna dell´inferno. E mio padre sudato che si muoveva come un verme, contorcendosi tra quelle schifose coscie.

  L´opera era finita, la mia Vergine di Milo in carne ed ossa. Una vergine terribile, che urlava silenziosamente ( per quel che rimaneva del suo apparato orale, era difficile urlare veramente). Mi guardai le mani ridendo per la soddisfazione. Ben presto il riso si tramuto in urlo traziante. Le mie mani erano intrise di sangue. Solo allora mi resi conto di quello che avevo effettivamente compiuto. Guardavo confuso le mie mani, poi volsi lo sguardo al resto del mio corpo: la mia camicia, i miei pantaloni, persino la mia barba, erano tutti intrisi di quel liquore saporito del delitto. Ero un mostro rosso appena uscito dal ventre caldo dell´inferno.

-Cosa ho fatto! Schifosa! che cosa mi hai fatto fare! Miserabile scellerata sgualdrina!- Urlavo verso quel corpo straziato e dissanguato che non conteneva piu vita.  Gridavo, piangendo disperato. Sputai su quel cadavere con tutta la forza che avevo in corpo. Come sputare su me stesso, sputando la mia opera. Ero shockato! Come avevo potuto compiere quello scempio. Passai la notte insonne con la mente vuota e confusa, tra veglia e incubo. Era l´incubo di una notte che ha segnato la fine di un amore.