E la barca tornò sola

(Dario Becci)

 

Con la bocca leggera e le mascelle in attesa di lavoro, l’uomo che mi sedeva di fianco prese improvvisamente a rovesciarmi addosso i suoi pensieri, ma io non avevo minimamente voglia di ascoltare le solite baggianate buttate lí tra un boccale e un altro, cosí, tanto per cercare di alleviare la frustrazione.

Era la solita cena di lavoro, il mio compito solo quello di tenere compagnia agli ospiti appena arrivati: offrire loro la gaia scintilla ed evitare che il fuoco del tripudio si spegnesse. Null’altro. La predisposizione alla crapula l’avrebbero portata loro, e alla fine a me sarebbe toccato solo far finta di prestare un orecchio ai discorsi viziati dall’euforia e ancor piú dall’alcol.

Difficilmente potrebbe immaginare, chi non l’abbia mai provato, quanto faccia soffrire l’essere coscienti di tutto quello che verrà detto in una tale situazione, potendone stabilire in anticipo i tempi e la progressione della pesantezza delle battute, e tuttavia non poter evitare quanto accadrà. È come essere costretti a rivedere piú volte un brutto film. Alla fine si corre il rischio di diventare violenti e di non riuscire piú a trattenersi. Anche l’indole piú paziente e remissiva si sente trascinare da un vasto senso di ribellione.

A me era toccata la particolare sventura di avere come vicino un signore piuttosto loquace, grezzo nei modi e nei lineamenti: il naso solcato da fitte venuzze violacee tradiva la propensione al bere, le guance paffute e ingrassate di sudore quella al mangiare smodato, mentre le mani, dal palmo largo e l’unghia lunga al mignolo, sudicia come le altre, esageravano nel mostrare un potere fisico, non potendo competere con l’eleganza e non volendo misurarsi con la modestia. Ancora piú sfortunato mi sentii quando mi accorsi che gli altri commensali seduti accanto a noi non avrebbero opposto nessuna resistenza all’impeto del loro compagno; anzi, pareva che questi gli avessero dato tacitamente il mandato di sproloquiare, e il furbacchione, avendolo intuito ancor prima di sedersi, s’era probabilmente cercato il pulpito migliore dal quale tenere le sue orazioni. E ciò che piú mi sconvolgeva era la sensazione ormai certa che costui volesse fare presa proprio su di me.

- Bella cittadina, questa, di Manneim. -

Inutile ribattergli che il dittongo “ei” in tedesco si pronuncia “ai”, e che il nome corretto era “Mannheim” con l’acca aspirata.

- Sí, - gli risposi in tono rassegnato, - non proprio turistica come Heidelberg… - e pronunciai questo nome accanendomi sfacciatamente sull’acca.

Facendo finta di non accorgersene continuò:

- Eh, certo che anche da noi, insomma, mica si scherza. Con tutti i bei posti che abbiamo, in Italia! -

Stavo per chiedergli perché allora non se ne fosse rimasto a casa sua, ma non me ne dette il tempo. Con voce di sopraffazione, tendente al monologo:      

- Da noi c’è tutto: il mare, la montagna, le colline… -

Nemmeno in Germania mancano questi elementi naturali, pensai.

- …e le belle donne! - concluse, come ad indicare che in fondo non desiderava altro che arrivare a quest’argomento, e che tutta l’introduzione gli era servita solo da pretesto. - Qui non ne abbiamo viste ancora di carine. Ma ce ne sono? -

Tentai allora d’incastrarlo:

- E come no? E poi agli italiani piacciono le bionde, no? Qui ne trovate quante ne volete. - Avrei voluto aggiungere: - Dipende se loro vi vogliono, però. - Mi limitai a sorridere.

Intanto cominciai a capire dove voleva andare a parare, con tutti questi bei preamboli, l’omaccione. Potevo prevedere a questo punto l’inevitabile richiesta, ma venni salvato dall’insalata, che i camerieri con grande concitazione ci stavano servendo per evitare che l’appetito degli avventori si ribellasse contro di loro. Avreste dovuto vedere lo sguardo dei commensali che seguivano quei modesti piatti in cerca di una plausibile spiegazione: le gote cadenti non ritenevano possibile l’ipotesi dello scherzo né le bocche ristrette potevano accettare una simile umiliazione.

- Che fanno, ci portano l’insalata per primo? - fu l’unico commento verbale del mio vicino, che ormai non vedeva piú né i bei paesaggi né le forme generose delle sue connazionali.

Capii in un momento che evitare lo sviluppo tragico della situazione sarebbe dipeso da quello che avrei detto per giustificare un fenomeno tanto strano, quanto evidentemente inspiegabile: che a pance mortificate dalla fame ci si presentasse con scialbe foglie di lattuga.

- È solo per prepararvi lo stomaco a quello che vi verrà portato tra poco. - rassicurai tutti ufficialmente, e in quel momento mi sentii piú potente di un ambasciatore che si fa intermediario tra due Paesi circa usi e costumi assai diversi.  

E per rendere piú credibile la giustificazione che avevo apportato, introdussi il manicaretto che sarebbe giunto di lí a poco. Studiarsi il menu fisso di un ristorante è il primo dovere di chi ha a che fare con cittadini del Paese dove in assoluto si mangia meglio al mondo.

- Stinco di maiale tenerissimo con crosta croccante, crauti e patate al forno, innaffiati da vera birra bavarese. -

Non so dire se queste due frasi recitate come un orazione avessero procurato l’effetto di stemperare gli animi. Fatto sta che - forse perché che fosse vero o meno quello che avevo annunciato non era in loro potere cambiare il tipo di pietanze - già qualcuno aveva tolto lo sguardo e mutato argomento, tanto che minacciava di ritornare al solito tema principe tra gli uomini, quelli veri: le femmine!

- E dimmi… - piegò il collo taurino verso di me il vicino. Notavo che si stava scaldando. - Ma come mai c’è cosí poca gente in giro? E cosí poche belle ragazze? - Lanciò un’occhiata complice agli amici seduti di fronte, che pure si stavano infocando. Questi risero come a comando. Poi ritornò sulla sua preda. - Un mio amico che è già stato da queste parti mi ha detto che c’è una certa strada… un po’ particolare… magari dopo cena ci accompagni… magari conosci altri locali… -

Feci lo gnorri.

- Sí, di locali ce ne sono tanti. Basta andare in centro e trovate tutto quello che volete, anche i bar che rimangono aperti fino a notte fonda. -

Ero certo che già questo termine aveva espanso la rosa delle sue accezioni anche per cotal signorotti, a cui brillavano gli occhi ogniqualvolta lo pronunciavano. Il codice comune ci permetteva ora di intenderci perfettamente, e nessuno di loro si aspettava di trovarci cornetti e cappuccini in questi bar. D’altronde bastava aver dato una volta una scorsa alle vetrine per rendersi conto di quali articoli venissero smerciati all’interno.

Non mi aspettavo però una domanda cosí diretta. L’ardimentoso non aveva piú voglia di andare tanto per il sottile e scostò l’ultimo velo di pudore dalla bocca:

- Senti un po’, tu la conosci la Lupinenstraße? -

Pronunciò il nome della via in modo perfetto. Si capiva che si era esercitato a lungo per farsi afferrare al volo dal tassista, ed evitare quindi che il tassametro infierisse troppo sulle risorse economiche destinate a far gioire piuttosto il basso ventre che il sedere sul sedile a spasso per la città. Me lo immaginavo davanti allo specchio mentre domava la zazzera a ripetere “Lupiniens-trass, Lupinenschtrass, Lupinenstraße…”

- Tira piú un pelo de mona che un caro de bòi. - sentenziò l’omino magro di fronte a me con voce baritonale e marcato accento veneto, esplicitando il motivo che avrebbe dovuto rendere tale via piuttosto conosciuta, e per evitare di farmi “ciapare cassi par fis-ci”[1].

- Sí, ne ho sentito parlare, ma non mi pare che ci sia molto d’interessante, a quanto mi hanno detto. -

- Insoma zóvane, è là indove ghe son le zanbràche[2]. - sbottò lo smilzo fuor di metafora.   

- Sto omo xe un porselo! Prima se ciapa le pastilie e po’ il vegne il morbin de montare.[3] - commentò il grosso accompagnando le parole con il lancio del tovagliolo, ma si capiva bene che scherzava. Ormai gigioneggiavano.

- Sai, - si rivolse quindi a me con fare chiarificatore - questo signore si è fatto prescrivere dal medico il Viagra, e stasera lo ha preso perché ha cattive intenzioni. Non gli starei vicino nemmeno da uomo, figuriamoci da donna, poareta ela, che va con lui. Vero Michele, che nemmeno tua moglie te porta passiensa? -  

- Mia son fora de testa, mi, che provo il Viagra con mia mojére? Po’ mi domanda: cossa xe tuto sto cambiamento? Prima no l’era bon da gnente gnanca se il mettei vanti la piú bela mona de Venessia, e ‘desso el pare de marmo! Xe mèjo una baldraca, che almeno no se abitua male, parché se un zórno te finise l’ecitassion, cossa il conti a la tua fémena ch’el ghe ga ciapà el lecheto?[4] -

Scoppiò una risata grassa, e perfino io che masticavo poco il dialetto mi misi a ridere di gusto. Un tramestio dietro di noi ci avvertiva che adesso veniva servito il tanto sospirato stinco, e sperai che a bocca piena faticassero di piú a cavar fuori discorsi.

Fui io però che, stupendomene, non riuscii a trattenermi, e mi rivolsi a Michele:

- Ma lei ha mai provato con altri mezzi? Si racconta sempre che il peperoncino sia un rimedio efficacissimo contro l’impotenza, c’è chi dice anche la cioccolata… -

- …e le òstreghe, el sènsero, el sèano, i spàrasi, el tartufo bianco, la mandragola, la polenta, la vanilia, el vin, perdio, tuto mi ga provà, ma con quele pilole là no gh’è confronto! Drito e longo come un spàraso cressú a l’onbra.[5] -

Il vino! Chissà quanto ne ingollava costui. Sfido io che non gli faceva l’effetto desiderato. Già Shakespeare raccomandava di assumerlo in piccole dosi, altrimenti, diceva, “provoca il desiderio, ma rende l’atto impossibile”. Certo è che se davvero il Viagra dà i risultati promessi, oggidí qualunque uomo può levarsi l’uzzolo di andar per femmine, correndo il rischio di restare al verde, visto i prezzi che tirano, ma di certo non in bianco.

- Però, - concluse - se no gh’è la voja, gnanca le pilolete blu fano miracoli. Xe come quel disgrassià che vuole vínsare al loto ma no conpra mai el bilieto. Jútate che Dio te juta! -

Il tavolo era tutto un traballio e le pance si dimenavano in su e in giú dall’allegria.

Questo Michele, che tanto s’affaticava a decantare il medicinale portentoso, mi ricordava Dulcamara, il furbo imbonitore de “L’elisir d’amore”. Avrebbe fatto affari d’oro con un prodotto del genere, e non sarebbe stato costretto ad andar di paese in paese a spacciare boccette dal contenuto molto dubbio che chiaramente non apportavano i benefici promessi, anzi lo costringevano a lasciare le piazze entro breve, onde evitare che i clienti scontenti pretendessero di essere risarciti con le buone e ancor piú di sovente con le cattive. Se il dottor Dulcamara, “che ogni virtú preclara”, avesse disposto di un tale antidoto contro l’impotenza, non gli sarebbe stato necessario millantare la guarigione di scrofole e rachitidi né la certezza d’un amore corrisposto, perché se l’uomo può ammirare se stesso tutto intero, accade spesso che sia meno propenso all’affetto che al sollazzo.

- Allora è deciso. Piú tardi ci accompagni alla Lupinenstraße. -

Il mio vicino non era affatto intenzionato ad abbandonare il suo tema preferito. Io non sapevo se prendere tale invito come un onore, segno di accettazione nel gruppo, o piuttosto come dileggio: magari volevano divertirsi a mie spese. In nessuno dei due casi avrei comunque potuto accettare, per due buone ragioni: la mia veste ufficiale di rappresentante della ditta grazie alla quale i signori ospiti mangiavano stasera a sbafo, e le poche ore di riposo che mi spettavano fino all’indomani, quando li avrei portati a spasso per lo stabilimento che gli era concesso visitare. V’era anche un terzo motivo, l’unico in fondo importante: mi era già di peso la loro compagnia per il tempo che spendevo con loro, ma che mi veniva almeno retribuito, e non ero disposto a fare del volontariato per mettere in pratica la loro filosofia spicciola e a condurli in un posto come tanti se ne trovano anche nelle zone da cui poche ore prima erano partiti. 

Feci valere le mie ragioni, tranne l’ultima, ovviamente.

- Levatemi una curiosità, - aggiunsi - ma i bordelli non esistono dalle vostre parti? -

- Certo che ghe son, ma là te riconóssano anca i muri! - esclamò Michele, come enunciando una verità assoluta. E in effetti lo era. - Nevero - rivolgendosi al mio vicino - che la zente za te ciama Don Giovanni, e no parché xe davero el to nome, né parché xe un omo de cesa o un sior? Sto qua no se ne lassa scanpare una, e il belo xe che el xe ancora sposà. Per tute le volte che ga fà beco la mojére, o ela xe una santa, o ga un bon intaresse. -

- Io ho una tattica particolare. - spiegò il grosso allargando le braccia e mostrando i denti con falsa modestia. Il mio metodo è semplicissimo, tanto semplice che mia moglie ci casca sempre: ogni volta che mi scopre fare un sorriso o l’occhiolino a qualche ragazza per strada e mi fa scenate di gelosia io le dico: « Ci sono andato a letto ieri sera. » oppure: « Abbiamo una relazione da un mese. » La verità è tanto lampante che lei si arrabbia perché pensa che la prenda in giro e non mi crede. Funziona sempre. Le metto ogni volta la verità sotto gli occhi e faccio come mi pare. Le tengo anche il conto delle mie conquiste. Piú tutto è vero e piú sembra incredibile. -

D’un tratto mi sentii Leporello subissato dalle pretese del seduttore, ostinato a tenere aggiornato il registro della sua concupiscenza:

 

In Italia seicento e quaranta;
In Almagna duecento e trentuna;
Cento in Francia, in Turchia novantuna;
Ma a Venessia son già mille e tre.
  

- Secondo me tua moglie mangia la foglia. - intervenne improvvisamente il signore con la barbetta seduto accanto a Michele, che fino ad ora se n’era stato buono buono nel suo cantuccio come se l’argomento non lo riguardasse affatto. - Tua moglie fa finta di non crederti, cosí ha il tempo anche lei d’incontrare i suoi amanti. -

- Sta’ zitto, Paolino, - protestò il grosso benevolmente, come chi è in potere di annientare una persona ma ha già deciso per questa volta di risparmiarla - che solo perché non riesci a contentare tua moglie, pensi che tutte si cercano il moroso? -

- Mia moglie è la donna piú fedele del mondo! - protestò senza troppa convinzione Paolino.

- Vorrei anche vedere, l’hai legata in casa! Poareta ela, neanche la domenica in chiesa la lasci un minuto chiacchierare da sola con un’amica, per la fifa che hai che parlino di uomini. -

Detto ciò, l’oratore ormai stanco riprese a mangiare e a sciacquarsi la gola. L’argomento era chiuso. Il cibo d’un tratto non gli interessò piú, e il semifreddo che gli avevano servito se lo stava divorando Michele, che aveva assoluta necessità di non deflagrare in anticipo. Il ciccio uscí con una sigaretta spenta a penzoloni tra le labbra.

 

L’ultimo sportello si chiuse e il taxi filò via lungo lo stradone, trascinato dal bianco fascio dei fari. In quel momento cominciarono a crepitare grosse gocce d’acqua seguite da un’immancabile pioggia di bestemmie. Tre sagome proiettate su un’alta parete di mattoni rossi messi su alla men peggio, formante nel mezzo un interstizio, sembravano tre statuine di Giacometti che si ingrassavano sempre piú, fino quasi a coincidere, sotto la luce giallastra di uno squallido lampioncino, con la carne viva, i peli e i vestiti dei loro padroni. Le tre ombre rimasero immobili davanti all’ingresso semibuio della nuova via, poi ne vennero risucchiate.

 

Tre paia di occhi sbucarono all’estremità della strada, scandagli stereoscopici delle voluttuose profondità simmetriche.

Il Paese dei Balocchi.

Michele furono costretti ad acchiapparlo per il collo: si stava già scagliando in uno qualsiasi di quegli antri.

 - E speta un àtimo! Se ti prude, gratate. Non lo vedi quanto bendidio? - 

Toc toc, batté leggermente con le nocche una finta bionda di dubbia avvenenza contro la vetrina dietro la quale si affannava a mettere in mostra gli intimi di biancheria gridellini. Si contorceva e spalancava la bocca, la poverina, sembrava che soffrisse. In disparte, accostato alla porta adiacente alla gabbia, un bell’esemplare giovane di gorilla vigilava i frequentatori.  

- Chi le salva la vita? - chiese il playboy sbottando in una risata che sembrava non avere piú fine. 

Dall’altro lato le fece eco una mulatta tutta svestita di bianco che, non potendo far udire la sua voce, slinguava passionalmente il vetro.

- Mi me vo far latare da la mora. Mama, vegno! - furono le ultime parole di Michele gridate in corsa. Sparí su per le scalette che portavano ad una stanzetta seminascosta al primo piano.

Una frotta di sirene si uní subito al canto, travestite nei modi piú disparati:

 

V'han fra queste contadine,
Cameriere, cittadine,
V'han contesse, baronesse,
Marchesine, principesse.
E v'han donne d'ogni grado,
D'ogni forma, d'ogni età.
  

[…]  È la grande maestosa,
La piccina e ognor vezzosa.
  

 

Per adescare i due naviganti - che per loro conto non avevano né le orecchie turate di cera né si erano fatti legare ad un palo - non ci volle molto. Bastò che la Fata Turchina si passasse la lingua sulle labbra e scoprisse una mammella, perché l’ultimo cattivo pensiero di Paolino per quella serata svanisse, e cioè quello che sua moglie stesse approfittando della sua assenza per concedersi anche lei disinibiti passatempi.

Ci pensò l’amico a ricordarglielo, quando vedendolo avvicinarsi alle lucette al neon lo congedò sghignazzando:

- Pensaci bene Paolino prima di buttar via le palanche, ché con queste qui non è come con to mugere! A queste non bastano i tre schei che sei alto[6]. -

- Ma va’ in malora, va’! - furono le tenere parole di commiato di Paolino accompagnate dal fin troppo esplicito gesto.

L’uomo, rimasto solo, si dette un ultimo sguardo intorno: la donna piú vicina era piuttosto in su con gli anni e sedeva a gambe divaricate su di una grossa poltrona stile Luigi XVI. La guardò disgustato: - la ga le scarpíe![7] - proferí a mezza voce.

Si voltò cercando il meglio, quella piú generosa, la piú vogliosa, la tetona, e incrociò lo sguardo di un pappone. Doveva risolversi, altrimenti sarebbe stato preso presto a calci nel preterito. Ah, che crudeltà! Tutte avrebbe volute possederle! Si sentiva soffocare.

Passò davanti all’ultima vetrina e gli venne lo sconforto. Cambiò marciapiede e ritornò indietro, ma gli si spezzava il cuore ogni volta che si lasciava alle spalle un’offerta. Cosí sembrava un matto: andava e veniva, dopo pochi metri si girava di scatto e faceva due passi indietro, poi cambiava lato, con gli occhi che guardavano in tutte le direzioni, soffermandosi ora sulla coscia ora sulle poppe, sulla bocca e sul grembo. Quando intercettava il ruffiano, gli implorava per carità, di avere pazienza, che era la prima volta che veniva lí e che un’occasione del genere gli capitava solo una volta all’anno, non gli venisse la voglia di venire ai ferri corti, che se fosse dipeso da lui sarebbe rimasto lí per sempre, ah, amore malvagio, ardore spietato!

Il magnaccia lo squadrò un’ultima volta, si accese comodamente una sigaretta e tirò un paio di lente boccate, quindi infilò una mano nella tasca della giacca e ne trasse un coltello, mentre con l’altra raccolse un pezzetto di legno da terra e cominciò ad intagliarlo svogliatamente, senza distogliere lo sguardo dal cliente e buttando raramente fuori il fumo che gli entrava negli occhi, e forse per questo lo rendeva ancora piú indifferente.

 

 

Luglio - settembre 2006

 

© Dario Becci


 

[1] “Prendere fischi per fiaschi”

[2] zanbraca: prostituta

[3] - Quest’uomo è un porco! Prima si prende le pastiglie e poi gli viene la voglia di accoppiarsi. -

[4] - [...] che ci ha preso gusto? -

[5] - ... e le ostriche, lo zenzero, il sedano, gli asparagi, il tartufo bianco, la mandragola, la polenta, la vaniglia, il vino, perdio, tutto ho provato, ma con quelle pillole lí non v’è confronto! Dritto e lungo come un asparago cresciuto all’ombra. -

[6] el xe alto tre schei: è basso di statura.

[7] - ha le ragnatele! -