L’UOMO INVISIBILE
La Parte nascosta Di Noi… Che Parla
(Antonello Baranta)
Sì, sono io, l’uomo invisibile, venuto qui apposta per te.
Con queste parole.
... Sì, con la voce tua che mi legge, stringendo appena il sillabare dentro la bocca.
Con quell’incontrollabile eco dentro il cervello come il retrogusto di un vino mai bevuto.
Sì, io sono dentro il tuo muoverti segreto.
So come abitarti senza pagar alcun affitto.
Attenta a come leggi, a quel che fai durante la mia presenza.
Appalesata, come ti ho detto, con queste righe...
Prendimi con entrambe le mani.
Ecco... così.
Brava, fai piano, non stringere, non devi lasciarmi le tue impronte. Non sei neanche indiziata!
Per ora.
Io posso vederti.
Tu no.
Posso vedere l’invisibile io, il mio simile.
Mi è naturale il tuo nascosto, la preda che ti si nasconde dentro.
Lathe Biòsas!
Stai attenta.
Sono qui per rubare io.
Per rubare la tua attenzione...
...E te l’ho fatta sotto il naso eh?
Gnocca!
...Tutto cominciò anni fa, più di sessanta anni fa (sessant’anni del tuo orologio naturalmente), quando tre registi americani tentarono di mettere in scena la mia storia.
La mia vita, il mio ritorno, la mia vendetta.
Non so neanche che cosa ne è più di James, di Joey, di Ford.
E di quel maledetto Wells, il peggiore di tutti, e di cui non ho mai saputo il nome.
Un fetente che si portava un’iniziale soltanto per nome di battesimo.
Comunque, tutta gente spenta nell’immagine oramai.
Io al contrario mi accendo proprio nell’opposto dell’immagine, io mi accendo proprio nella tua immaginazione.
L’immagine è terrena, l’immaginazione intermedia.
Tra gli dèi e gli uomini.
Io sono qui per parlarti della mia vera vita, della vita.
La tua, mia cara... nel frattempo... un po’ se ne andata via, vero?
E’ la mia improvvisa presenza che l’ha tramutata un po’ in curiosità, un po’ in inquietudine, poco poco in fiducia.
Così io ti ho preso... già!
E tu non mi hai compreso... ancora.
Ma non ti ho preoccupare.
Se ti ho scelto, vuol dire che ce la puoi fare.
Anche se tremi, anche se non lo fai vedere.
Ti dicevo di James, Joey, Ford.
Bravi ragazzi alle prese con la musa d’avanguardia del loro tempo.
Ognuno girò un film su di me.
Quei bravi ragazzi...
Ispirati da quel fetente rafagano!
Dopo Dio io sono l’essere invisibile più importante.
Solo che Dio parla a chi è fortunato.
A chi è chiamato dalla sua grazia.
Io, per disgrazia tua, parlo solo a te adesso!
Non aver paura.
Ascoltami e fammi parlare.
Ancora un po’.
Dammi tempo!
Il problema è che io non posso firmare autografi.
L’inchiostro potrebbe, come no, ma non c’è penna al mondo che possa sostenere il prodigio di scrivere da sola.
Mica siamo al circo!
Posso solo dettare.
Lasciar detto, traccia delebile, pettegolezzo fluido, solco sonoro scavato dentro di te e contenente il gene sicuro del mio rimbombo, traccia di me senza orma.
Avresti più paura tu, una paura totale, della mia identità interiore, accennata ora, che della mia stessa, eventuale, presenza corporea, nel caso si materializzasse..!
... E se il parquet scricchiolasse ora, se il gatto saltasse via, se il mio fiato vicino ti muovesse lento, appena, i capelli?
E se il cuore prendesse la rincorsa verso un punto indecifrabile dell’animo?
Come quando sai che c’è un assassino in casa, entrato in una notte terribile d’inverno, ma non sai esattamente dov’è!
Eh... Avresti paura, lo so.
Come adesso.
E’ per questo che stai lasciando la forma della pressione delle dita sui margini esterni della pagina?
Volta pagina!
Sono quassù ora.
Su quest’altra.
Ehy...?
Lo so che provi un certo sollievo quando la marcia ottica della lettura ti fa cambiare pagina.
E so che la parte di essa che preferisci è il margine alto, quello che ti permette anche di vedere con la coda superiore dell’occhio oltre la barriera.
Sì, come se la pagina fosse l’eco bianca del tuo sguardo copiativo.
Ma anche la verifica dei due occhi che hai in una sola pupilla: uno che si concentra e si ricorda, l’altro che si scentra e dimentica, oppure vagamente ricorda.
Per questo sono quassù, è da qui che parte la discesa.
Questo è l’angolo a me concesso.
La porzione di spazio che ho dovuto comprare per rubare un po’ della tua curiosità.
L’ho potuto comprare vendendo in anticipo tutti i diritti di questa storia: all’editore i soldi, a me. Alla fine, non resterà che il piacere della tua vista.
Solo quello.
Io, e non solo per contratto, ti racconterò di cose lontane, le più distanti dal tuo mondo.
Saprai di cose e fenomeni senza la ciambella della sicurezza della tua coscienza, saprai di sogni vagabondi ed archetipi, insomma proverò a raccontarti le storie vissute proprio da me, un uomo come me, un povero uomo invisibile.
Sì, sì, povero, nel senso di mendicante, mendicante d’assoluto.
Ho scelto queste pagine come casa.
Ora abito qui, giorno e notte.
Ho deciso di viverti intorno facendomi comprare con la scusa di un libro curioso da aggiungere allo scaffale della libreria.
Ho attirato, col titolo, l’ingenuità.
Che ti fa incredula adesso!
Siamo in fondo alla pagina, non fare pazzie.
Se non sei sola in casa lasciami.
Puoi stare con me solo se sei sola.
Cerca di esserlo domani.
Devi.
Eccomi qua.
Va meglio oggi, eh?
A proposito, visto che hai interrotto ciò che stavi facendo, dopo continua pure a fare ciò che è necessario fare in casa, riprendi pure come se niente ti avesse interrotto.
Qui conta esclusivamente arrivare alla fine.
Ci arriverai a tappe forzate, secondo un metodo paziente, venendomi a trovare un poco tutti i giorni, seguendo quindi scrupolosamente ogni indicazione.
Se no non vale!
Dobbiamo risolvere un altro problema adesso.
Quello della voce, della fisionomia vocale di chi ti sta parlando.
Di come ti suono nella testa mentre le tue labbra si muovono leggendomi (è un piacere vedere la tua bocca impegnata!), di come rimbalzo dentro il recinto delle tue orecchie, io, animale in serraglio.
La tua testa...
Oh...
Fa’ che io ti parli con la voce che non conosci, ma che una parte di te, in fondo se vuole, riconosce.
Pensa al laboratorio della fantasia, mischia l’odore del mare con quello della resina, di terra bagnata di pioggia al vento nella gola, al tuono ed al violino, pensa...mischia, comprimi, libera, trova.
Fa’ uno sforzo e fa’ che io sia quella voce, invisibile, di uomo, di padre.
Vieni da me solo di giorno, la notte mi dovrai evitare accuratamente.
Tanto sono io che vengo nei pensieri prima che ti addormenti, lo sai.
Ma adesso stai con me.
Ed anche per aiutarti a farlo io sono qui.
Di fronte.
Di fronte a te.
Quando dico ‘di fronte’ non intendo solo davanti a te, non è questo il senso compiuto.
Voglio dire ‘di fronte’, che ti prendo di fronte, nella fronte, nella parte superiore, alta ed anteriore, della testa.
E la voce, che articolerà le mie parole, ti avvilupperà in un ballo da ferma, come i dubbi che ti hanno già circondato ora il fortino delle certezze.
Ti racconterò di Rogee.. e di Ivor.. di... no!
No, no, per carità, niente nomi.
Per adesso.
Sono nato fra cinquemila anni, per una magia inventata migliaia d’anni fa.
Non ho mai avuto bisogno di fare i conti io.
Ora devo fare questo sforzo mentale in tuo onore, cercando di non sbagliare i parametri inconciliabili di due dimensioni impossibili, ma forse complementari, la mia e la tua.
Ma devo farlo, se non con capiresti mai il senso che dò al tempo.
La misura che ne faccio.
La correlazione con gli spazi mai visti.
Dell’esistenza dei Soli, dei pianeti incandescenti, dovrò parlarti.
Per forza.
I miei Soli sono un po’ come le tue epoche.
Per me ci sono i Soli.
Non durano.
Brillano.
Perciò tu non potresti capire.
Rischi.
... L’enorme disco dell’esistenza era sottratto al suo spazio.
I limiti avevano dato il cambio alle proprie sentinelle.
La materia sembrava indifesa.
E non c’era più tempo.
L’universo fluiva dove io nasceva, dove io dovevo nascere.
La conoscenza soffriva troppo la sua stessa assenza...
Se tu pensi adesso al niente, al vuoto, al nulla, ti verrà di certo un leggero mal di testa.
E la testa accoglierà soltanto una qualche forma di sofferenza se insisterai nell’esercizio.
Prova.
... Ancora.
E’ una sofferenza che non puoi sopportare, un tipo di tormento mnemonico che non ti regala neanche un sottile piacere.
Non ce la fai.
Non puoi continuare.
... Il carro di Boote non era più visibile all’orizzonte, trainato via dai fantastici trioni del cielo.
La sua forma cominciava già allora modificarsi.
Non più le quattro stelle in quadrilatero con le altre tre ben allineate.
Una modificazione potente sfondava le linee di appostamento delle trincee celesti e apriva a forza il quadrato luminoso.
Come verso un arco, sai, per diventare un arco di stelle...
I sette trioni del nord erano ormai distanti milioni e milioni di parsec.
Ai confini del disco è difficile sapere dove sei.
Esattamente non hai punti di riferimento.
Io, prima di essere, non ne avevo.
Si esiste solo in rapporto a qualcosa, a qualcuno.
Se no... si muore.
... La massa cosmica ruotava lentissima dapprima.
Massa incandescente, condensata in nebulosa.
Con il passare dei tempi l’ulteriore aggregazione gassosa fece diminuire il volume della grande sfera che si era formata.
Così aumentava la velocità, aumentava sempre più.
La sfera, a forza di girare vorticosamente, si era appiattita prendendo via via le sembianze di un disco.
Ad un certo punto la forza inevitabile, proiettandosi dal centro verso il fuori, principiò a scagliare frange magmatiche, anelli informi di materia cosmica, fuori controllo!
Ebbene, senza forma, fuori dei binari del nucleo originario, lanciati nello spazio a velocità impazzite, trovarono ancora per necessità la forma essenziale della condensazione sferica...
Ma un’altra forza, dall’altra parte dell’ignoto, si avvicinava...
Ti piace ascoltare il racconto della mia origine eh?
Vuoi che continui senza interrompermi?
Perché ormai sei presa, vero?
... Le sfere raggiunsero distanze non equidistanti rispetto l’epicentro di fuoco magnetico.
E si sgranarono su varie linee concentriche, ritrovando una sorta di fratellanza planetaria.
Divennero successivamente pianeti, spazi raffreddati destinati alla vita.
Ad accogliere le piccole meravigliose vite degli individui...
Cambia posizione delle gambe ora, dai.
Ti piace sentire la sofferenza della mia nascita?
Non so cosa mi porta veramente a... ma te lo devo dire.
Sento così.
E adesso viene il terribile..
Non te ne andare.
Portami sull’altra pagina.
Dall’altra parte dell’ignoto, dicevo, come risposta simmetrica dell’universo, una corrente di materia cosmica si cominciava a muovere sempre più rapidamente, attratta dalla massa dei corpi.
Pirata e squalo al tempo stesso, mostro senza anima alcuna, fatale come l’energia stessa.
Prendeva a muoversi acquisendo sempre più maggiore velocità, coprendo in frazioni di tempo sempre minori parti di spazio sempre più vaste.
La corrente era elettrizzata oramai.
In ogni suo nucleo...
Ma dove vanno a finire le ragazze del ring quando il combattimento riprende?
Avevano scavalcato sinuose le corde, costeggiando sguainate il recinto, mostrando la tabella come un trofeo, poi, a fine giro, come fosse uno straccio senza più importanza, l’avevano ripiegata sotto il braccio e curvandosi anforate in avanti avevano riattraversato il confine delle corde.
Pronte a risalire tre minuti dopo, con un nuovo numero.
Le stesse movenze.
Dove vanno a rintanarsi in quei centottanta secondi, lo sai tu?
... E per chi combattono veramente i due maschi?
... I pianeti appena sorti dalle stelle madri volavano ignari nello spazio, felici di quella prima, esaltante, autonomia.
L’ultima.
La massa di materia cosmica, caricata negativamente, si dilatava verso il contatto non più evitabile.
Le distanze, sempre più inferiori, quadruplicavano il coefficiente di attrazione tra i due universi.
... Ed avvenne... avvenne il contatto distruttivo.
L’energia totale che si sprigionò, carica di particelle contrarie, implose.
Semplicemente.
Fatale.
Come un sospiro al contrario.
Una forza misteriosa risucchiò al suo interno ogni corpo celeste, facendolo disintegrare nella sua voragine.
Avvenne così, scontro blu in cerca del nero.
Un rumore atroce ed attutito, proveniente dalla titanica vicenda nucleare, occupò allora lo spazio senza più tempo.
Quando non ci sono più limiti, spariscono le dimensioni, anche il tempo non è più necessario!
... Dall’aria, dal vuoto, dai gas miasmatici, dalla materia ribelle, riuscì a prendere vita la mia sottile spinta, chiamata “lingam”.
“Lingam? È energia infratomica ed ultracustica.
Spero che tu capisca.
... Essa generò suono e silenzio.
Io sono figlio di suono e di silenzio.
Più che silenzio, meno che suono, messaggero di vuoti e di pieni, di presenze e di pause vitali.
Io sono figlio di suono e di silenzio:
per questo invisibile!
La forma più alta della mia esistenza accade in ogni caso quando mi muovo in rapporto con un corpo solido.
E se questo è vivente avviene allora il sublime.
Così avverto le vibrazioni che riflettono la presenza...
E se io sono, se decido, di essere e di essere qui, anche tu puoi.
Tu puoi condurmi dove sei, io posso attraversarti dove non sai.
Come me, basta che tu chiami lo spirito segreto del “lingam”.
Vieni qui vicino, che ti dico il segreto.
Se tu vuoi.
Basta che tu dica – ‘Nabhah Lingam’.
Dillo! ‘Nabhah Lingam’.
Ancora.
Ancora... ancora... ma piano...
Dillo... con me... ‘Nabhah Lingam’... ancora...
Non smettere, sei meravigliosa!
... Ancora...
A domani.