Aurora
(Luca Laudiero)
Conobbi Aurora alla mensa aziendale di Via Cavaradossi. Io facevo uno stage sugli stages. Lei masticava tacchino tonnato.
Aurora era stupenda. Aveva occhi da gatta e mento da Labrador. Quanto basta per risvegliare latenze zoofile restando nel penalmente lecito. E aveva anche tutte le dita delle mani. Se pur non equamente ripartite.
Quel giorno mi decisi a sederle a fianco. E il gesto non poteva essere equivocato: al tavolo non c'erano altre sedie. Ma dopotutto l'aria dello stanzone era talmente viziata che si poteva sedercisi sopra senza tema di cadere.
«Ciao» mormorai discreto.
«Ciao» rispose gioviale il tacchino di Aurora, aprendosi in un sorriso traboccante di salsa giallastra.
Perché la vita non è mai come te l'aspetti? Quattro secondi ed eravamo già drammaticamente usciti dalle mie fantasie. In balìa dell’imbarazzo del momento presente. Col culo per aria.
«Ciao» aggiunse per fortuna Aurora arricciando le vibrisse. Dio che spettacolo.
«Non ci siamo ancora presentati. Io mi chiamo Luca. Tu sei…?»
«Aurora».
Sì, lo era davvero. Quel nome non era stato inventato, aveva solo atteso di essere scoperto.
«Non posso crederci: come la mia prossima fidanzata!»
Ovvio, Aurora rise. Quella risata semipatetica che si regala a chi fa la battuta più vecchia del mondo. Dove non importano le parole, ma l’intento evidente che sottendono. Sì, ovvio. Ma la cosa interessante fu che mi fissò per qualche istante, spaurita, prima di roteare le pupille a tricheco fiocinato e rilasciare un’esalazione di riabilitata isteria, sobbalzando come avesse un piccolo motore a scoppio fra le scapole. Il tempo necessario ai neuroni per darsi la mano con quell’aggeggio che dà la scossa e ricostruire le criptiche intenzioni dell’idiota seduto a fianco. Un tempo apprezzabile. Tale da sconsigliare osservazioni sull’arte ittita, ma senza scadere nei romanzi coi vampiri. Un tempo da complesso di Edipo.
«Tu cosa ne pensi del complesso di Edipo?»
«Ahah, no guarda non mi parlare di matematica. Dopo la scuola mi sono ripromessa di non averci più nulla a che fare».
«Eh, a chi lo dici. Ho finito ieri sera l’ultimo libro di Twilight. Bello, no?»
«Mah, ti dirò che me lo sono perso. Ultimamente mi sto molto appassionando all’arte ittita».
Cos’è ancora più incoerente di una fetta di tacchino parlante? Una donna.
«Mmh!» annuii, cercando di scomparire dietro un grosso boccone di melanzane.
«Non hai preso il tacchino?» mi chiese lei con un’occhiata che riservereste ai quei quattromila tizi che girano la caserma mentre uno tiene ferma la lampadina.
«No Aurora, sono vegetariano».
«Oooh, ma anche io, sai?» mi tranquillizzò lei battezzando la borsetta di coccodrillo agganciata alla giacca scamosciata coi polpastrelli unti di tacchino tonnato.
«In che senso?» replicai io con un’occhiata che riservereste ai quei quattromila tizi che girano la caserma mentre nessuno tiene ferma la lampadina.
«Poveri animaletti. Lo so, lo so: è terribile. A volte mi sento così in colpa…»
Poche cose mandano a puttane una società come i sensi di colpa. Strisciano, si nascondono, mutano, si fingono cadaveri. Trucchi per meglio sopravvivere. E puntuali infatti sono tramandati ai nuovi arrivati. Spillano dai seni inconsapevoli delle madri, si polverizzano dall’algidità cutanea delle nonne, riverberano dall’autoritarismo giocattolo dei padri.
«Perché mai dovresti sentirti in colpa? Fatta una scelta bisogna esserne contenti.»
«Sai, sono molto sensibile.»
Diciamo la verità, non dev’essere facile nascere donna oggi. Sotto un bombardamento mediatico che spingerebbe Bigfoot a rifugiarsi mortificato dal pedicure. Con l’unica zona franca di una sensibilità confiscata, calpestata, edulcorata e autorizzata di ritorno. Col libretto delle istruzioni. Ma tu hai le caviglie grosse come tua mamma e la mamma di tua mamma, il libretto invece arriva dall’America. L’ha scritto un’equipe di cinesi che accumula prostitute in titoli di Stato per rinnegare la propria impotenza orgasmica. Ti hanno dato il permesso di piangere, urla il tuo diritto di capire perché. Oppure richiama a casa il tuo compagno evirato amorevolmente alla nascita e donato del sogno di installarsi un giorno testicoli Apple. Gli hanno dato il permesso di urlare allo stadio, ma avrebbe tanta voglia di piangere.
Sento l’aria viziata rarefarsi sotto le mie natiche. Cado giù. Penso che sarebbe meglio che un’esondazione di salsa tonnata ci annegasse subito. Prima di originare un solo altro pensiero. Che il pizzicore ci turasse gli alveoli e il grasso ci ottundesse i sensi. Invece non succede niente. Aspetto. No, non succede niente.
Aurora mi viene accanto. Ha la faccia di donna, di roccia, di pesce spada, di girasole, di lago. Fa un sospiro che contiene il grido della nascita e della morte.
E io non ci sono più. Cioè sono tutto. Sono dentro Aurora. Sono il pesce spada. Mangiami coglione. Tu mi ammazzi e io ti pianto una spina in gola. Sputami. Odiami. Tritami. Digeriscimi e riscaldaci il nulla che ti assorda. Poi vai a pisciare la tua energia nuova. Che sia con la distruzione o la santità, illuditi di uscire da quel cerchio talmente grande che qualunque cosa tu faccia ne occuperai sempre il centro. E infine scegli se attribuire dolore o felicità alla tua insignificanza sostanziale. Non ci sarà problema. L’incomprensione dura per il singolo giro di giostra. E io ti amo.
Aurora.