Un amore in guerra
(Luigi Pagano)
11 settembre 2001, ore 07.46
Volo 175 della United Airlines, 19 affiliati di Al queda tengono sotto tiro gli impauriti passeggeri. Uno di loro teso e duro come acciaio, con gli occhi velati, pensa...
Poco più di un minuto.
Settanta secondi e non devo pensare a niente.
Il tempo e il sudore scivolano veloci ed inutili mia madre.
Non pensare non pensare
Labbra serrate come una cicatrice sul viso, ferma sull’uscio non dice niente. Amina.
Non pensare non pensare
No, non ci devo pensare.
Allah è grande! Allah è grande!
grandi occhi velati di lacrime dietro il burka nero.
Non pensare non pensare
pianti.
Sette pianti.
Hanno fame i miei fratelli.
Non pensare non pensare
soldi.
Uomini con pezzo di stoffa annodato al collo sorridono in modo cattivo.
Allah è grande! Allah è grande!
Soldi dolore allenamento affanno fiato corto
Non pensare non pensare
una manciata di secondi ormai
Allah è grande! Allah...
Amina mamma che non parla no, non devo pensare gente che urla in una lingua nemica,
Non pensare non pensare
fratelli fame povertà e un mondo da convertire, da cambiare. Io lo cambio per te mamma per Amina e per i miei fratelli
Non pensare non pensare
Allah è grande! All..
Un anno prima...
Isola di Manhattan, lato sud, una donna visibilmente non americana osserva incantata le Twin Towers e il riflesso di luce serotina sul lucido vetro.
Un uomo, visibilmente americano, si avvicina con delicatezza e cautela alla donna.
- Ci hanno già provato due volte in passato...
- Come?
- Le torri. Dicevo, ci hanno già provato due volte in passato a buttarle giù. Non sarebbe molto originale!
- Cosa!? Solo perché sono araba pensi che voglia abbatterle? E poi, tu chi sei?
- Ehi, ehi, calma. Era solo per iniziare una conversazione con una bellissima donna. Forse ho usato un approccio poco felice. Mi dispiace e ti chiedo scusa. Io mi chiamo Thomas, ma gli amici mi chiamano Tommy.
- Io mi chiamo Anir. Scusami se ti ho aggredito, ma qui in America mi sembra che pensiate che tutti gli arabi sono terroristi.
- Invece?
- Invece cosa? Ah, ho capito. Sono una studentessa di letteratura. Sto preparando la tesi su Don de Lillo e sono venuta qui ad ammirare da vicino le twin towers dove de Lillo ha in parte ambientato il suo romanzo The Players. Lo conosci? È una bellissima storia con dei dialoghi al limite del surreale...e poi, il prologo... su un aereo su uno schermo mentre un musicista suona il piano, dei terroristi sparano su dei giocatori di golf...memorabile. Scusa mi sono fatta prendere la mano, magari a te queste cose non interessano...a proposito tu di cosa ti interessi?
- Visto che i terroristi c'entravano?
- E' vero! Ma c'è anche una storia d'amore...
- Facciamo quattro passi? A due isolati da qui c'è una ottima gelateria italiana.
La gelateria era deserta, Armstrong cantava la sua wonderful world mentre Tommy ed Anir, seduti uno di fronte all'altro scavavano nelle fredde coppe di vetro e nel loro passato alla ricerca di qualcosa che forse c'era già stato e che era solo andato dimenticato.
Anir puntando i suoi grandi occhi neri in quelli azzurri di Thomas chiese:
- Ci credi in un mondo senza differenze etniche, senza bandiere, senza prevaricazioni culturali?
- Pura utopia. E' la legge della natura. Il più forte domina sul meno forte. Lo disse Hobbies e lo dimostrò anche Darwin.
Anir lasciò il suo gelato sciogliersi inerme nella coppa di vetro scadente e si alzò.
- Andiamo? Fuori ci sono delle stupende stelle cadenti ed io ho un desiderio da esprimere.
Uscirono. Dopo pochi passi, trovarono l'oceano, immenso, che si scuoteva pigro davanti a loro. Un'aria carica di salsedine e umidità, li fece avvicinare sino a sfiorarsi le mani. Si sentivano piccoli, ma forse, si stavano solo innamorando.
12 settembre 2001
Anir, stanca, si trascina nel deserto infuocato. Al suo fianco Sayed avanza a passi lenti e precisi. Non è stata un’impresa facile, ma per fortuna è tutto finito. Le torri sono cadute come castelli di sabbia; l’egemonia americana finalmente è stata scalfita, il popolo afghano si è ripreso la propria voce. Una voce per troppo tempo intimidita dallo strapotere occidentale.
Il sole dardeggia raggi infuocati in un cielo fulvo ed incandescente.
Anir è sfinita, quando giungono al villaggio. Sono accolti con gli onori riservati ai capi di stato. Sayed è avvolto da abbracci di calore e di stima, Anir subisce le cure di donne premurose che gli offrono cibo e acqua.
La sera è calata, il deserto volge il suo lato più freddo e l’intero villaggio si raduna intorno al fuoco. I capi discutono delle prossime mosse, prevedono con presuntuosa esattezza la loro vittoria. Anir in disparte, rincuora gli animi delle famiglie dei kamikaze che hanno donato la loro vita per una causa che qualcuno aveva deciso essere giusta. Racconta ciò che vogliono ascoltare: con quanto onore si sono lanciati in quelle torri di vetro, con quanta fermezza hanno tenuto a bada i passeggeri e l’equipaggio, sordi alle loro imprecazioni e suppliche.
Dopo, tutti si abbandonano al sonno.
10 settembre 2001
ore 09.30 p.m.
Anir con fatica inserisce le monete nella fessura della smessa cabina telefonica. Con mani tremanti compone il numero ed attende nervosamente.
Dalla cornetta solo un suono monotono come l'attesa, poi d'improvviso una voce baritonale parla: “ risponde la segreteria telefonica di Thomas Brighton. In questo momento non sono in casa. Lasciate un messaggio dopo il segnale acustico e verrete richiamati. Ciao.”
Anir attese un tempo eterno dopo il segnale acustico, poi parlò:
- P...pronto, Tommy? Sono Anir, volevo dirti, come ti avevo già anticipato, domani torno al mio paese. Mia madre peggiora ad ogni ora che passa ed io non posso più restare qui. Tra una settimana sarò a Parigi, tu raggiungimi presto. Non ce la faccio a stare senza di te. Ti amo. Ti amo tantissimo.
Un emozione gli soffocò le ultime parole in gola. Anir riagganciò la cornetta e con la testa appoggiata al telefono cominciò a piangere. Senza lacrime. E senza alcuna speranza nel suo cuore. Raccontargli quella bugia gli sarebbe costato notti insonni ed agitate, questo lei lo sapeva, ma sapeva anche che non poteva più tirarsi indietro.Gli impegni erano stati presi da tempo ormai e nessuno avrebbe compreso il loro immenso amore.
Un amore in guerra.
15 settembre 2001
Anir è svegliata da uno strano presentimento o, forse, da un rumore.
Indossa il burka ed esce dalla tenda.
Intorno a se un artificioso silenzio non la convince. Lo sguardo corre sopra le dune; vede delle ombre, si volta e dà l’allarme.
In pochi minuti tutti sono armati e pronti per combattere un nemico ancora invisibile. Il capo del villaggio punta Anir con sguardo torvo, ma le sue ragioni non si lasciano attendere: il rumore di un aereo che si avvicina desta i guerrieri che con un grido esorcizzano la paura.
Dalle dune, sbucano americani inferociti ed armati di pugnali e pistole. Pochi secondi ed è carneficina. Sangue e teste sgozzate affondano nella sabbia incandescente.
Anir guarda impietrita la scena. Non è tutto quel sangue a fargli orrore, ma i capelli dorati di un mercenario che nella foga della battaglia ha perso il suo casco, scoprendo così, la gialla chioma.
Anir guarda stupita quel soldato dagli occhi azzurri e la bocca piccola, uccidergli i suoi fratelli, le amiche del cuore e anche i figli di Hamman che abbracciavano la madre morente. Anir si stropiccia gli occhi, non vuole crederci, ma Tommy, il suo amore, è lì e sta contribuendo a quell’orrore con sadica professionalità.
Lo aveva conosciuto durante i suoi viaggi di preparazione in America e se n’era subito innamorata.
Si sarebbero dovuti incontrare a Parigi tra una settimana, e invece è lì, davanti a lei con una pistola in mano e livore negli occhi.
“ Tommy, non può essere” continua a ripetersi Anir, “Non può essere lo stesso Tommy che su una panchina a Manhattan, mi baciò, arrossendo un poco. No, non può essere lui. Forse è un miraggio creato da questo deserto maledetto.”
Anir brandisce una spada che un guerriero ha abbandonato per raggiungere il regno di Allah e con la punta tesa avanti a se corre in mezzo a quella orgia di sangue urlando amore e rabbia in direzione di quel soldato che solo esteticamente somiglia al suo Tommy.
Il soldato americano si volta, vede un balugino e un lieve dolore. La spada gli è entrata nella spalla sinistra, ma lui è allenato a questo, è un soldato, uno di quelli che fa il lavoro sporco per il governo. Così schiva il secondo colpo, para il terzo, al quarto la sua pistola centra lo stomaco di quella isterica sconosciuta.
Il corpo di Anir si accascia a terra, al milite gli sembra di aver sentito sussurrare il suo nome, mentre il corpo scivolava nella sabbia.
Si avvicina teso a lei porgendogli cauto l’orecchio; di nuovo quel sussurro, di nuovo quel nome: Tommy.
Il mercenario è preso da sgomento, le mani gli tremano, mentre le strappa il cappuccio del burka.
Intorno a lui, silenzio. Gli uomini che danzano quel ballo di morte sguainando spade, non sono guerrieri, non sono soldati ma mosche fastidiose.
Anir lo guarda con i suoi occhi neri. Tommy piange e la stringe forte a se. Anir è immobile. Sa che la sua vita è solo qualche battito di ciglia ancora. Vorrebbe dire tante cose al suo Tommy: dichiarargli il suo amore, e quanto forte è stato il desiderio di condividere con lui il sogno di un futuro senza bandiere.
Vorrebbe lasciarlo donandogli un’ultima frase, una frase da portare nel cuore per tutto il resto della vita. Una frase come una canzone, di quelle belle che lui le faceva ascoltare alla blanda luce della luna, una frase che, sentirla ogni volta, gli farebbe ricordare di Anir e dei suoi occhi corvini, una frase memorabile, speciale, come un verso di una poesia… ecco, una poesia, una rima da recitare…la mente veloce si porta ai maggiori scrittori statunitensi: Gardner, Hemingway, Capote, Wolfe, ma niente gli sembra adatto. La mente vaga per strade ripide e tortuose mentre il battito rallenta. Sente Tommy accarezzarle i riccioli neri, e le sue lacrime scivolare e nascondersi nelle pieghe del burka.
Ma uno scatto di memoria, un’iperbole d’intelligenza riporta nella mente di Anir il ricordo del folle amore tra Clorinda e Tancredi: Gerusalemme liberata, di un autore italiano dal nome strano e il cognome buffo. Al collage, la imparò quasi tutta a memoria, restando folgorata e rapita da quella prosa così musicale e piena di vitalità.
Anir, intuisce subito quale passaggio lasciare in dono al suo amore, inspira forte e con la forza dell’ultimo anelito, sussurra: Tu per me prega / sì che fedel amore possa / in ogni fortuna a te raccorsi.
Dopo, buio e silenzio.