Amore Proibito
(Max Meli)
Di tutte le leggende satiriche (del popolo dei Satiri), quella che preferisco in assoluto è “Amore Proibito”. È molto diversa da tutti le altre leggende romantiche. Il perché lo scoprirete solo leggendola. Ha già commosso centinaia di lettori, me compreso, e mi auguro che possa avere lo stesso effetto su di voi.
Narra la storia di Alyce, una giovane donna come tante: lunghi capelli castani, ondulati come le onde dell’oceano. Occhi blu cielo e pelle lievemente ambrata. Diversamente delle altre ragazze repubblicane, però, si innamorò di un potente mago Eldar. Come certamente saprete, gli Alti Elfi sono le creature più affascinanti creature di Eriador. Addirittura più belli degli altri popoli elfici, ma anche più inquietanti. Non solo per l’aspetto fisico (capelli e occhi dei più improbabili colori), ma anche per il carattere. Emulano i Supremi che, come ho scritto ne “La Genesi di Eldamar” , non avevano alcun senso della giustizia. Sono disposti a tutto, pur di ottenere ciò che vogliono.
L’Eldar che Alyce tanto amava si chiamava Shran. Aveva lunghi capelli rosso fuoco che gli arrivavano fino ai fianchi e occhi bianchi come il latte, ma non era cieco. Ci vedeva benissimo, come tutti i suoi simili. Candidi erano anche i suoi abiti: tunica, pantaloni di seta e un mantello elegantemente ricamato.
Shran aveva un’ossessione: la conoscenza universale. Avrebbe fatto qualsiasi cosa pur di ottenerla. Fu proprio mentre cercava un modo per averla che Alyce lo incontrò.
Si era recato ad Armageddon perché aveva sentito parlare di un saggio che si proclamava “onnisciente”. Chiaramente era il solito imbroglio ad opera di uno dei banali truffatori che affollano i bassi fondi. Sfortunatamente l’Eldar non lo sapeva.
Alyce passeggiava per il mercato, come ogni mattina, da quando era morta sua madre. doveva comprare carne e verdure per cucinare il pranzo ai fratelli. Suo padre faceva il commerciante di stoffe, ed era spesso fuori città. Durante questi periodi, toccava a lei prendersi cura della famiglia. La cosa non le pesava affatto. Lo faceva da quando aveva quindici anni (ormai andava per i venti). Certo sarebbe stato bello spezzare quell’estenuante ripetitività. Soltanto una volta. Nulla di più. Non poteva immaginare che i suoi desideri stavano per essere esauditi.
<<Mi scusi…>> chiese un uomo con elegante accento straniero, dietro di lei.
Si girò infastidita. Non sopportava quando cercavano di abbordarla per le vie del mercato. <<Cosa volete?>> disse con voce acre.
Non si aspettava che a rivolgerle la parola fosse stata una delle creature più meravigliose dell’universo. I lunghi capelli vermigli gli scendevano fino ai fianchi come una cascata di sangue. Gli occhi lattei la fissavano con aria eterea.
Si passò una mano tra i capelli <<Vi ho infastidita?>>.
Alyce non sapeva cosa rispondere. Era arrabbiata per non essere riuscita a controllare le proprie reazioni. Arrossì.
<<Non preoccupatevi. Chiederò a qualcun altro>>
<<No! Aspettate>> si vergognava sempre di più. <<Di cosa avevate bisogno?>>
<<Oh no. Nulla. Non datevi pena.>>
<<Vi prego. Sarà un piacere aiutarvi.>>
<<D’accordo, se non vi pesa.>> fece una pausa <<Ho sentito parlare di un saggio che vive proprio qui ad Armageddon. Pare conosca il segreto dell’onniscienza...>>
<<Si. L’ho sentito anche io. Credevo che fosse soltanto una truffa.>> lo interruppe.
<<Chiedo scusa se vi ho fatto perdere tempo. Grazie per avermi ascoltato.>> Si girò e cominciò ad allontanarsi.
<<Aspettate!>> Lo chiamò <<So dove trovare chi cercate. Se lo desiderate, posso accompagnarvi.>>
<<Mi fareste un gran favore>> Rispose <<ho qualche difficoltà ad orientarmi qui.>> sorrise.
<<Io sono Alyce.>> si presentò <<E voi?>>.
<<Shran. Vengo da Kyverna, nella foresta dell’est.>> rispose con un inchino.
Camminarono insieme per le vie di Armageddon, attraverso i bassi fondi. Ad ogni passo, Alyce provava una sensazione sempre più strana. Il cuore le palpitava nel petto come un tamburo. Shran non disse quasi nulla. Continuava a parlare come se lei non esistesse.
Ad un certo punto, videro una folla radunata davanti all’entrata di un tendone, che si stagliava tra le rozze abitazioni di legno e paglia della zona povera della capitale. Non c’erano solo popolani, ma anche ricchi professionisti e persino nobili.
<<È qui che troverete il “saggio”>> disse la donna indicando il tendone.
<<Grazie>> rispose <<Non vi trattengo oltre. È stato un piacere conoscervi.>>
<<Il piacere è stato mio>>
Non trovando alcun motivo per restare, Alyce fu costretta ad andare via.
Trascorse il resto della giornata a casa. Cucinò per i fratelli e sbrigò le faccende domestiche. Rimpiangeva l’occasione persa quella mattina. Una volta tanto le si era presentata l’opportunità di porre fine a quell’estenuante ripetitività. Peccato. Davvero un peccato. Sarebbe stato bello concedersi una piccola follia. Soltanto una volta. Nulla di più. Per trovare un marito e mettere su famiglia ci sarebbe stato tempo. Quello che voleva era un amore... proibito. Se solo avesse saputo che Shran non era un semplice Elfo. Faceva parte degli Eldar, il popolo più pericoloso di tutta Eriador. Gli sarebbe bastata soltanto una parola per trasformare la sua vita in un inferno. La magia antica poteva questo ed altro.
Dopo cena, decise di fare una passeggiata sulle mura. Le piaceva farsi intrecciare i capelli dal vento in mille dolci nodi, mentre la città era avvolta nel silenzio e nell’oscurità. Immaginava di viaggiare in terre lontane e vivere avventure entusiasmanti, sotto la luce delle stelle. Spesso sognava d’essere una creatura dell’ombra, generata solo per compiere il male. Una strana fantasia, per una ragazza fuori dal comune.
Gli stendardi ondeggiavano al vento, insieme ai suoi capelli. Ormai neanche le guardie percorrevano più le mura (anche se avrebbero dovuto). Un profumo d’erba e fiori, proveniente dai campi sottostanti, le riempiva le narici.
<<Salve>> la salutò una voce alle sue spalle <<Ci incontriamo ancora>>.
<<Shran?>> si voltò stupita.
<<Al vostro servizio, mia signora>> sorrise <<cosa fate qui, a quest’ora?>>.
<<Non datemi del “voi”. Vi prego. E poi non chiamatemi “mia signora”. Non siete mica il mio servo.>>
<<Come desideri>> rispose <<non sono ancora sicuro che tu non sia la mia padrona…>> mormorò.
<<Cosa vuoi dire?>> chiese imbarazzata. In fondo al cuore, sperava che anche lui provasse i suoi stessi sentimenti.
<<Nulla. Non preoccuparti>> la guardò con espressione indecifrabile. Sbiancò lievemente <<pensavo a voce alta>>.
<<Non essere timido>> insistette <<non ti prenderò in giro>>.
<<Mi vergogno>> disse con espressione impassibile.
<<Su, dimmelo.>> ridacchiò.
<<Mi sembra una cosa stupida>>
<<Per favore…>> lo implorò facendo gli occhi dolci.
<<Va bene>> cedette <<è che… insomma… non so come dirlo. Il fatto è che… credo di essermi innamorato di te>>.
Non era possibile. Aveva detto le parole che tanto sperava. Incredibile. Sembrava un sogno ad occhi aperti.
<<V-visto che per te è così, devo confessarti che anche io provo gli stessi sentimenti.>> Ecco. L’aveva detto. Adesso doveva attendere soltanto che il suo cuore si fermasse per l’emozione.
<<Non sai quanto mi sollevi sentirtelo dire.>> sorrise <<Mi stai rendendo felice.>>
<<Anche tu.>>
L’Eldar la guardò negli occhi. Le iridi bianche di Shran incontrarono quelle blu di Alyce. La ragazza sentì il cuore sussultare, mentre l’Elfo la guardava impassibile. Non sapeva cosa dire. Non sapeva cosa fare. Ci mancava solo che si scordasse di respirare.
Shran piegò il capo. Era altissimo. Gli arrivava a mala pena alla spalla. La cinse con un braccio e avvicinò le labbra alle sue. Un attimo lungo come una vita intera. Poi la baciò. Ora poteva dirsi davvero morta. E pure era piacevole. Se era così morire, non riusciva a capire perché tutti ne avessero paura.
Le labbra di Shran si allontanarono lentamente da quelle di Alyce, e con esse l’anima della ragazza. Si sentiva svuotata. Il sangue sembrava aver smesso di scorrerle nelle vene.
<<Cosa c’è?>> chiese l’Eldar <<Ti senti male?>>.
<<N-no. È esattamente il contrario. Non sono mai stata meglio in tutta la mia vita.>>
<<Forse ho esagerato. Scusa. La prossima volta rifletterò prima di agire.>>
<<Non è colpa tua>> arrossì <<Sono io che non so controllarmi. Ti prego. Rifallo.>>.
<<Sicura?>> chiese con aria tranquilla.
<<Assolutamente>>
Avvicinò ancora le labbra a quelle di Alyce. La ragazza sentì il cuore fermarsi. Le forze le vennero meno e sentì le membra formicolare. Tutto intorno a lei divenne buio. Ricadde a terra, priva di sensi.
<<Alyce! Alyce, svegliati. Il sole è già alto.>> Qualcuno la chiamava e le tirava il braccio.
<<Lasciala stare, Eri. Deve essere stanchissima. L’ho trovata, stanotte, svenuta sul pavimento. Ha esagerato con i lavori domestici. Falla dormire in pace.>>
<<Ma io ho fame.>> piagnucolò Eri.
<<Sono sveglia>> li interruppe Alyce stiracchiandosi <<Un attimo di pazienza e vado a preparare il pranzo.>>.
<<Meno male>> esultò saltellando. Era un bambino di circa dieci anni con i capelli biondi che gli ricadevano sulla fronte in una cascata di riccioli.
<<Vuoi una mano?>> si offrì l’altro. Era più grande di lei di un paio d’anni. Alto più di un metro e ottanta, continuava a passarsi vanitosamente una mano tra i folti capelli castani.
<<Non ti preoccupare, Choran. Non c’è bisogno che usi le minacce.>> rise.
<<Non cucino così male…>> rispose un po’ offeso.
<<Cucini malissimo>> disse Eri.
Tutti e tre scoppiarono a ridere.
Mentre si dava da fare, in cucina, ripensava alla notte precedente. Possibile che avesse sognato tutto? Probabilmente era così. Troppo bello per essere vero. Si rassegnò ad aver vissuto soltanto un’illusione. Cosa le era saltato in mente? Tutti sanno che gli Eldar non si innamorano degli esseri umani.
Mentre affettava una cipolla, sentì qualcosa che tintinnava attorno al suo polso. Spostò la manica e osservò di cosa si trattava: un braccialetto d’oro bianco, con cinque rubini di forma sferica. In ognuno di essi, c’era una runa. Componevano una parola: Shran.
Allora non era solo un sogno. Era tutto vero! Come aveva anche solo potuto pensare che non lo fosse? Aveva voglia di urlare la sua gioia. Quella notte sarebbe tornata sulle mura, nella speranza di incontrarlo ancora.
Alyce passò quasi tutto il pomeriggio, nel bagno, a prepararsi. Indossò uno dei vestiti da sera di sua madre, si truccò, e mise il braccialetto che si era trovata al polso. Sembrava una regina. Non era convinta potesse essere abbastanza. Era risaputo che le Elfe fossero le creature più affascinanti di Eriador. Se voleva stupire Shran, avrebbe dovuto fare molto di più. Peccato che non sapesse cosa inventarsi per sembrare più bella. Ci rinunciò. Se veramente la amava, l’avrebbe accettata per quello che era.
Preparò la cena per i fratelli. Aprì la porta e uscì.
<<Dove vai?>> le gridò Choran.
<<A fare una passeggiata>> rispose, tornando sui suoi passi.
<<…Mi sembri un po’ troppo elegante.>>
<<Oh. Ti prego. Non sei mica papà.>>
<<No, ma quando lui non c’è tocca a me preoccuparvi per te. Vuoi che ti accompagni?>>
<<No!>> arrossì.
<<Come preferisci.>> non sapeva più cosa dire.
Riprese a camminare con passo spedito.
Arrivò alle mura che la luna era già alta nel cielo. Shran non c’era. Si appoggiò al muro e alzò gli occhi al cielo per contemplare le stelle. Quella sera scintillavano più del solito. Sembrava che la sua felicità le avesse contagiate. Forse era veramente così. Sentiva un fuoco arderle dentro. Neanche la luna riusciva a calmarla, con i suoi pallidi raggi.
<<Ciao. Sono contento di trovarti qui>>
Alyce si voltò di scatto. Era stata presa alla sprovvista. La lingua le si intorpidì. Cominciò a balbettare <<Shran!>> riuscì a dire infine.
<<Chi altro?>>
Gli gettò le braccia al collo, piangendo dalla felicità.<<Temevo di aver sognato tutto, quando stamattina mi sono risvegliata nel mio letto.>>
<<Sei svenuta dopo che ti ho baciata. Ho dovuto riportarti a casa.>>
Quanto si vergognava. Purtroppo era vero anche quello. In quel momento, le sarebbe piaciuto aver sognato tutto<<Sai dove abito?>>.
<<Naturalmente. L’ho visto nei tuoi pensieri.>>
Arrossì ancora di più all’idea che fosse entrato nella sua mente.
<<Ti ho messa in imbarazzo?>>
<<Oh no. Non mi sono ancora abituata a frequentare un Eldar.>> mentì.
Si avvicinò a lei e le passò un braccio attorno ai fianchi. Sentì che tremava come una foglia. Le tirò su il mento con l’altra mano e la fissò con gli occhi lattei. Il tempo sembrava essersi fermato. Appoggiò le labbra a quelle di Alyce, per un istante lungo come una vita intera. Poi le allontanò lentamente.
<<Wow. È stato…m-magnifico.>>
<<Ne sono contento>> disse con espressione fredda e distaccata.
<<Come fai ad essere così tranquillo?>>
<<È solo una tua impressione, anche se i lineamenti inespressivi degli Eldar possono ingannare.>> sorrise.
<<Sarà per questo che mi sembri così calmo.>>
<<Se solo sentissi quello che provo…>> sospirò <<Comunque sia mi ero riproposto di chiederti una cosa.>>
<<Dimmi.>> Volle sapere Alyce curiosa.
<<Vuoi venire con me in un posto speciale?>>
<<S-si.>> balbettò.
<<Bene!>> esclamo con gioia. Le prese la mano, delicatamente, e cominciò a fare strada. Scesero velocemente dalle mura e varcarono il portone. Le guardie non si accorsero di loro.
<<Invisibilità>> spiegò Shran.
Attraversarono i campi che circondavano Armageddon ed entrarono nel fitto del bosco, che cresceva lì vicino. Le foglie le accarezzavano delicatamente il volto, facendola rabbrividire. Respirava a pieni polmoni l’aria che profumava d’erba, bagnata dalla rugiada. Sentiva il gorgogliare del fiume, in lontananza.
<<Siamo arrivati.>> Annunciò.
Si guardò intorno, spaesata. Chi sa perché l’aveva portata in quello stano posto? Comunque fosse, si fidava ciecamente. Non l’avrebbe delusa.
Le si avvicinò lentamente e le passò un braccio attorno ai fianchi. La baciò ancora. Questa volta, però, era lui a tremare. La strinse saldamente.
<<Cosa c’è?>>
<<Niente>> rispose, allentando la presa. Singhiozzava. Gli occhi lattei erano sommersi dalle lacrime. Appoggiò la testa sulla spalla di Alyce.
<<Perché piangi?>>
Non rispose. Continuò a singhiozzare.
<<Su. A me puoi dirlo.>> bisbigliò dolcemente.
Le avvicinò le labbra all’orecchio <<MI dispiace>> sussurrò.
<<Ti dispiace? Di cosa?>>
La lasciò e si asciugò le lacrime con la manica, recuperando la compostezza. <<Non ha alcun senso continuare così.>>
Alyce si sentì morire <<V-vuoi lasciarmi? D-di già?>>
<<No, anche se per te sarebbe la cosa migliore.>> disse con aria abbattuta.
<<Cosa vuoi dire? Per favore. Spiegami.>>
<<Capirai presto>>
Lo guardò dubbiosa. Non riusciva proprio a capire perché si comportasse così. Aveva forse detto o fatto qualcosa che non doveva? Certo era che l’Eldar le stava nascondendo qualcosa. Qualcosa che lo faceva soffrire e, a quanto diceva, avrebbe fatto soffrire anche lei. Si rifiutava di credere che colui che tanto amava potesse anche solo pensare di ferirla.
In realtà le cose erano ancora più complicate, come capirete leggendo le righe che seguono. L’ultima cosa che l’Elfo desiderava era far soffrire Alyce. Avrebbe preferito morire. Ma avrete capito che gli Eldar non seguono la logica comune. Si comportano come automi. Seguono ciò che il loro intelletto gli dice, ignorando i sentimenti (un po’ come il popolo perduto). Peccato che, mentre i Supremi non provavano niente, gli Eldar si ostinano a negare le emozioni. Prima o poi questo finirà per distruggerli.
Temo di star divagando troppo. Meglio tornare al racconto. Dunque. Dove ero rimasto? Ah si! Alyce stava per scoprire perché il suo amato continuasse a piangere.
Shran fece un passo indietro. Levò il braccio sinistro e le puntò l’indice addosso. Pronunciò delle parole incomprensibili. Probabilmente un incantesimo. Alyce sentì qualcosa muoversi sotto i suoi piedi. Era come se il suolo fosse vivo. Una radice sbucò dal terreno e le si avvolse intorno alle caviglie, tanto stretta da farle male. Due rami scesero improvvisamente dall’alto e le bloccarono i polsi. Non riusciva più a muoversi. Era stata intrappolata da un albero!
Shran le si avvicinò lentamente, con passo sinuoso. La baciò per l’ultima volta, prima che tutto finisse. Le sue labbra erano diventate fredde come il marmo, nonostante fosse una tiepida notte di primavera <<Mi dispiace>> ripetè con voce flebile.
Alyce cominciò ad avere paura. Le lacrime le affogavano le pupille. <<Perché fai così?>> chiese singhiozzando. Quel sogno si stava trasformando in un incubo ad occhi aperti.
<<Scusami>> rispose. <<Non puoi neanche immaginare quanto ciò mi faccia soffrire.>> . Portò una mano alla cintura ed estrasse un pugnale. L’arma d’argento scintillava alla luce della luna. Una lacrima gli cadde sul filo della lama. Scivolò lentamente fino all’impugnatura, splendendo come un diamante.
<<Ti prego.>> lo implorò Alyce con voce flebile. Più che la paura, fu il comportamento di Shran a farla soffrire.
<<Non rendermi le cose ancora più difficili di quanto già non siano>> nella sua voce si avvertiva chiaramente il dolore. Le sue parole erano sincere. Se avesse potuto, avrebbe preferito togliersi la vita, ma doveva andare fino in fondo.
Levò il coltello.
<<Ti prego>>
Non la ascoltò. La lama calò rapida come un fulmine e le trafisse il petto. La preziosa veste bevve avidamente il suo sangue. Così, dunque, finiva la sua vita. <<Ti amo lo stesso. Ti amerò per tutta l’eternità>> furono le sue ultime parole. Poi ci fu soltanto il buio. Per Shran fu come se si fosse pugnalato da solo. Doveva portare a termine i suoi piani, nonostante fosse tanto doloroso. In fondo, ne valeva la pena. Era disposto a tutto, pur di ottenere l’onniscienza. Aveva scoperto come soltanto un paio di giorni prima dal saggio di cui tutti parlavano in città. Non era stato facile convincerlo a rivelargli il suo segreto. Aveva dovuto torturarlo, a lungo, con la magia. Diceva di essersi inventato tutto. Ridicolo. Alla fine, aveva confessato. “Troverai la fonte della verità nel cuore di chi ti ama”. Erano state queste le parole. Non ci era voluto molto perché pensasse ad Alyce. Si era accorto benissimo di averla fatta innamorare sin dal primo incontro. Non avrebbe mai immaginato che quei sentimenti potessero coinvolgerlo a tal punto.
Estrasse il coltello dal petto della ragazza e lo ripose nel fodero. Appoggiò una mano dove la lama l’aveva trafitta e invocò la magia. Il corpo di Alyce sussultò. Il sangue sgorgò copiosamente, e con esso venne anche ciò di cui aveva bisogno: il cuore di Alyce. Finalmente avrebbe ottenuto la conoscenza universale.
Osservò attentamente il cuore della donna, in attesa di ricevere le informazioni che tanto desiderava. Come tanti rubini, gocce scarlatte di sangue cadevano sull’erba. Ai piedi dell’Eldar il prato assomigliava ad un oceano di fiamme. Non accadde nulla. Aspettò ancora. Niente cambiò. Forse stava sbagliando qualcosa. Non c’era altra spiegazione. Che il saggio avesse omesso qualcosa di proposito?
Invocò la magia, nella speranza di ottenere qualche risultato. Inutile dire che non ebbe successo. Cercò di ricordare qualche incantesimo per svelare i segreti, ma non gli venne in mente nulla. Soltanto un ricordo monopolizzava i suoi pensieri. Continuava a sentire la voce di Alyce.
Stranamente non lo rimproverava per quanto aveva fatto. Continuava a ripetere una frase. Una delle poche che gli aveva detto il primo giorno, al mercato: “credevo fosse soltanto una truffa”. In queste poche parole, dette con gentilezza, stava un messaggio incredibilmente difficile da sopportare. Lo sconforto lo assalì. Si rifiutava di credere ai suoi occhi. Non poteva essere vero. Aveva ucciso colei che amava più di chiunque altro, senza motivo!
Riestrasse il pugnale dal fodero, e osservò la lama che scintillava alla pallida luce della luna. Aveva un aspetto molto invitante. Era tentato di raggiungere Alyce nell’aldilà. Perché no? Che senso aveva continuare a vivere, dopo aver ucciso l’amore della sua vita? Sarebbe mai riuscito a perdonarsi. No. Neanche il tempo può guarire simili ferite, anche se si vivesse per migliaia e migliaia di anni.
Impugnò il coltello e se lo piantò nel petto. Mai avrebbe creduto che la morte potesse essere tanto dolce.
Vivi la tua vita a pieno, giovane fanciulla,
perché la bellezza, la grazia,
e tutti i doni di madre natura sono
destinati a svanire.
La nostra esistenza è breve.
Non preoccuparti di ciò che sarà domani,
perché potrebbe non arrivare mai.
Non possiamo sorgere e tramontare come Sole e Luna.
Siamo destinati ad un’esistenza effimera.
Quando la nostra vita finirà,
saremo solo polvere e ombra.
Non preoccuparti di cosa sarà domani,
perché potrebbe non arrivare mai.
Ciò che sarà non ti tormenti.
Non attaccarti troppo alla vita,perché essa
non è vera felicità.
Non è un’ora, un giorno, un anno, o un secolo
In più a farti sentire sazia del
grande banchetto che è la vita.
Solo le emozioni e i ricordi durano in eterno.
Non preoccuparti di ciò che sarà domani,
perché potrebbe non arrivare mai.
.
Le farfalle sono il capolavoro delle divinità,
e pure la sorte gli ha concesso solo poche ore.
Una volta che lo spirito le abbandona,
esse non smettono di essere.
Il loro ricordo vivrà nei nostri animi,
per sempre.
Non preoccuparti di quello che sarà domani,
perché potrebbe non arrivare mai.