A volte

(Claudio Esposito)

 

 

    A volte, da bambino, volevo sapere quanti spicchi c’erano dentro un’arancia, prima di sbucciarla.

    La palpavo, passandola da una mano all’altra, osservavo attento la scorza, scrutandola a lungo fin nelle minute protuberanze e accarezzandone le rughe.

    Non pago di questo studio, la soppesavo con aria assorta rigirandola fra le dita finchè, dopo due o tre palleggi per aria, con la faccia seria che solo i bambini sanno fare, pronunziavo il mio vaticinio.

    A volte indovinavo, a volte no, ma in ogni caso mi sembrava di aver fatto un’indagine importante : invece di mangiare uno stupido frutto, indagavo nell’intima essenza delle cose, penetravo nella loro natura, ne carpivo il segreto nascosto, o almeno tentavo di farlo.

    Certo, non ero consapevole di tutto ciò, ne avevo soltanto una percezione confusa, ma non per questo meno appagante.

 

    A volte, poi, incontravo una bambina.

    Giocavo con lei, ridevamo, ma non ero contento, e per di più non capivo perché non ero contento.

    Eppure era carina, divertente, simpatica, e forse mi piaceva anche.

    Tuttavia non ero contento.

    Allora facevo di tutto per incontrarla più spesso, giocavamo molto insieme e mi divertivo, ma continuavo a non essere contento e a non capire perché.

    Finchè un giorno, disinteressandomi dei giochi, presi a guardarla fisso negli occhi.  Erano grandi, belli; e io me ne stetti là, immerso in quegli occhi sempre più grandi, così grandi che tutto il resto sparì; esistevano solo loro: la bimba seguitò a parlare ridere giocare, ma io non la sentivo più, non la vedevo.

    Mi tuffai nei suoi occhi fino a stordirmi, poi, improvvisamente, riafferrai con lo sguardo il suo viso, e mi parve di vederla per la prima volta.

    Non capii perché, ma fui contento.

 

    A volte, da giovane, facevo l’amore.

    Non ero molto esperto, ma mi riusciva discretamente.

    Mi piaceva, e ogni volta pensavo che non fosse un episodio fine a se stesso, ma un pezzetto di una storia che sarebbe durata per sempre.

    Ero convinto di questo, e mi sentivo talmente connaturato nell’amore e quello in me, che mi sembrava di esistere soltanto quando stavo con la mia ragazza.

    Le altre azioni : mangiare, bere, respirare, avevano tutte lo stesso valore : zero assoluto.

 

 

    Il sogno dell’amore era anche più bello dell’amore stesso, e l’attesa di quel sogno più bella ancora.

    Questo meccanismo moltiplicatore funzionava egregiamente, sicchè vivevo ininterrotte sensazioni di beatitudine, e le occasioni di amore reale, ben più rare di quelle oniriche, diventavano eternità.

 

    In seguito, poi, mi sono sposato. Ho fatto l’amore sempre più spesso : un amore collaudato, “tecnicamente” perfezionato, preciso, meccanico…che non necessita di sogni, e tanto meno di attese trepidanti e ineffabili… Ho un lavoro sicuro, soddisfazioni, famiglia, persino la macchina nuova…

    Insomma, ho raggiunto la maturità; infatti mangio svelto le arance incurante del numero degli spicchi che le compongono, non mi tuffo negli occhi di altre persone, non penso più all’amore eterno e a baggianate simili.

    Ma non sono contento, e capisco perché…

 

    Eppure, a volte, mi piace credere che un giorno la mia anima arriverà a toccarne un’altra, a parlare con lei senza parole, a indovinare com’è fatta e cosa contiene prima ancora che si apra in me ed io in lei, e tutto questo riuscirà a stupirmi.

 

    Così, a volte, mi sento bene.